giovedì, novembre 30, 2006

Memorie dal sottosuolo

ovvero come ho venduto l’anima al business e come ho ritrovato la luce.

Ora che mi sono riconciliato – per così dire – con il recente passato, è venuto il momento di tirare le somme della mia penultima esperienza umana e professionale. Lo faccio levando un ditino ammonitore, nella speranza che qualcuno apra gli occhi sulle nefandezze di cui rischiano di essere vittime certi sprovveduti orientalisti, tanto bramosi di ottenere il timbro che permetta loro di varcare le dogane della Repubblica Popolare quanto – ahimè – facili prede di entusiasmi immotivati e di nemici del popolo senza scrupoli.

Fin dal giorno del mio primo ritorno da Canton, quell’infausto 14 ottobre 2005, le mie giornate erano state occupate da un unico pensiero: trovare il modo, a qualunque prezzo in termini di vite umane, per rimettere al più presto piede in quella terra fatata, novella Sorgente dei Fiori di Pesco. A quel tempo ero mosso, come ben ricordano i pochi sventurati che si arrischiavano ad incrociare la mia strada, dall’ansia di ritrovare i loci amoeni che tanto mi avevano ammaliato, nonché di attuare un ricongiungimento familiare (ancorché improprio) con un sinuoso spirito volpe che avevo colà a malincuore lasciato.

Ero e sono tuttora conscio che, ormai, chi vuole entrare in Cina – e restarci senza essere costretto a fare mercimonio del proprio corpo – può farlo soltanto in veste di rispettabile e distinto uomo d’affari. Pur di portare a compimento il mio folle piano, dunque, mi ero ben presto rassegnato a mettere a tacere la vocina che mi ricordava insistentemente quanto avessi sempre disprezzato, dal profondo delle viscere, gli imprenditorucoli di ogni settore, provenienza e livello ignoranziale.

In quei mesi bui, dunque, la mia attività principale era diventata quella di speditore di curricula e lettere di presentazione, redatti in tutte le lingue a me note e speranzosamente indirizzati a chiunque fosse titolare anche solo un sudicio tabacchino in zona Canton-Shenzhen-Hong Kong. Tanti “le faremo sapere” e “un profilo decisamente interessante”, ma nulla di concreto. Nemmeno durante la mia missione di un mese a Canton, nel marzo di quest’anno, ero riuscito a impietosire qualche impomatato cinghiale dal conto in banca a venti zeri.

Poi, improvvisamente, a fine maggio vengo contattato da
una nota azienda padovana di cui non faccio il nome, produttrice di pregevoli cinturini per orologio in pelle umana e gioielli daily chic in latta, PVC e materiali di sfascio. L’azienda in questione cerca un volenteroso carnefice che per 3 anni, da un computerino sito nel neonato ufficio di Shenzhen, monitori le faccende logistiche e pungoli ferocemente i fornitori gialli in ritardo con le consegne. Ci penso un po’, mi sembra una strategia di ritorno alla base abbastanza indolore, e accetto di entrare a far parte di una di quelle “macchine che consentono lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo” (Silvio Berlusconi, convegno di Confindustria, 18/03/2006… poi non dite che parlo a sproposito).

Volendosi poi lasciar andare a pratiche cabalistiche, le coincidenze si sprecano: ho firmato il contratto il 06/06/06, alias il numero della bestia con qualche 0 in mezzo, data che il capo ridacchiando non ha esitato a definire “fortunata”. L’inizio del training di 2 mesi, propedeutico alla mia partenza per Shenzhen (la fogna a cielo aperto più agognata di tutta la Cina), era fissato per il 21 agosto, il giorno del mio ventisettesimo compleanno...

Nel frattempo mi sono preso la briga di ri-laurearmi, di prendermi 10 giorni di (im)meritato riposo con annessa timida tintarella, ed ecco giungere il gran giorno del mio ingresso trionfale nel Nord-est che produce (e, benché più raramente, fattura).
Che quello non fosse il lavoro giusto, però, avrei dovuto capirlo fin dal primo momento: la mattina del fatidico lunedì 21 agosto boccheggiavo e farneticavo in preda a un febbrone a 39,5° che covavo già dalla sera prima. Proprio quel lunedì, tra l’altro, mi sarei dovuto presentare in un albergo a 25 stelle per la presentazione delle nuove linee (richieste giacca e cravatta). Primo giorno di lavoro e annesso canvass (pare sia questo il termine che va per la maggiore nel mondo che conta) slittati per forza di cose: non male come inizio.

Quando finalmente – dopo un’ora di macchina all’andata, destinata a diventare ben più lunga al ritorno, su una delle strade più temute e trafficate della regione – mi sono presentato nel prestigioso ufficio consacrato alla logistica industriale, ho scoperto che in quello stanzone tipo seminterrato, funestato da condizionatori a pieno regime e zanzare tigre, non solo non avevo nemmeno un computer a disposizione, ma nemmeno un tavolo e tantomeno uno straccio di sedia. Uniche risorse disponibili: carta e penna portate da casa (il materiale aziendale, mi si è detto in confidenza, viene usato soltanto nelle occasioni ufficiali), un angolo di scrivania strappato a una neocollega visibilmente seccata, e lo sgabello a tre gambe rivestito in ragnatele ed ecopelle (anche quello portato da casa) che un’altra neocollega usava come poggiaborse.

Ebbene sì, sotto questi lugubri auspici debuttava la mia esperienza di Logistic Assistant Manager in una delle aziende di punta del miracolo nordestino. Sul mio futuro di businessman si stavano già addensando nuvoloni che nemmeno il Giuliacci dei tempi d’oro avrebbe saputo fugare. Una sfortunata successione di tragici eventi che – non c’è da stupirsi – alla fine mi ha spinto all’autolicenziamento.
Ma passiamo in rassegna uno per uno i miei idoli polemici aziendali:

L’AZIENDESE, ovvero I TURBAMENTI DEL GIOVANE LINGUISTA

Nel mio sforzo, presto rivelatosi di imbarazzante inanità, di intrattenere rapporti il più possibile amichevoli con gli altri animali imprigionati nella gabbia della logistica industriale, ho fatto il giro dei suddetti per le presentazioni di rito. Quando, arrivato a una trentacinquenne dal viso deturpato dal fondotinta, do le mie generalità, mi sento ribattere: “Ah, tu sei la figura che affiancherà xxx nell’ufficio di Shenzhen”. La figura intercambiabile? La figura in basso a destra? La figura da culo? Lascio a voi, oltre alla scelta tra le succitate opzioni, anche l’ingrato compito di trarre le dovute conclusioni sullo sfacelo cui va incontro la nostra bella lingua italiana. Da notare che la suddetta impiastricciata trentacinquenne è la stessa personcina che si faceva bella dei suoi numerosi soggiorni statunitensi, e che ripeteva "guarda che 100 bancali di pelli non sono mica peanuts!"
Per non parlare di tutti i monstra vel portenta linguistici che hanno offeso il mio schizzinoso orecchio amante della classicità, come manutentare (che ho scoperto essere una versione nostrana dell’inglese to manage… ma non suonava meglio gestire?), ingressare (regolarmente corretto da Word con ingessare), interfacciarsi... mi veniva da rigozzare. Effetti ancor più devastanti sulla mia peristalsi avevano tutte le parole starnazzate da mattina a sera in un inglese d’accatto (fammi un double-check, passami il form, gli ho scritto un paper, mandiamo tutto alla factory, e poi la vision, la mission, il retail, il brand, il fashion… diocristo), per le quali nessuno si è mai posto il problema di usare gli equivalenti italiani. Sarò anche un finger, sarò anche troppo provinciale, ma sono pur sempre, per quanto scadente, un traduttore.

LA DEVOZIONE ALLA CAUSA, ovvero PER CHI SUONA LA SIRENA

Una delle prime cose che mi hanno sgradevolmente colpito è che alle 18, al suono della sirena che annunciava la fine del turno (ma che ricordava tragicamente un allarme antiatomico), mentre i colleghi di tutti gli altri uffici si dileguavano a una velocità che aveva dell’incredibile, la sporca dozzina della logistica industriale rimaneva imperturbabile al proprio posto, come il Mortadella dei tempi migliori. Io, che fin dalla mattina lottavo con una persistente narcolessia e mi sforzavo in tutti i modi di apparire operoso con il mio patetico blocco a righe e il mio manuale per l’uso del futuro ex gestionale, scattavo come una molla. Immagino già quelli che, tra voi, hanno ben più esperienza di vita da sottoposti tacciarmi di pigrizia e delle più turpi empietà, non ultimo il tradimento della missione aziendale e il surrettizio sabotaggio delle politiche d’impresa. L'impresa l'ho già tradita a sufficienza il giorno che ho piazzato la Yaris in una zona priva di qualsivoglia segnale di "riservato", ma da cui una solerte inserviente mi ha prontamente cacciato senza addurre veruna spiegazione... evidentemente "per tradizione" era lì che i pezzi grossi usavano parcheggiare il bolide.

IL GESTIONALE, ovvero NELL’ATTESA DELLA TUA VENUTA

Non avevo ancora nemmeno imparato i nomi dei 12 apostoli che si affaccendavano nell’ufficio, che già tutti si premuravano di ammannirmi preziosi consigli a proposito dell’uso del programma gestionale colà impiegato. Fin qui niente di sorprendente, my darling, visto che tutta la baracca sta in piedi solo grazie a quell’agglomerato di byte e ipertesto. La cosa seccante è che a breve il vecchio programma sarebbe stato sostituito da un altro, a detta di tutti – che non l’avevano mai visto né provato in vita loro – più facile da usare, più versatile, più funzionale, più questo, più quello, più ir budello di tu ma’. Ecco perché, sconvolto dal modo in cui gli esseri umani riescano a trascinare le loro squallide esistenze nell’attesa di un qualcosa che – ammesso che si degni di manifestarsi – non cambierà di certo il loro mondo, ho affibbiato al nuovo gestionale il nome in codice “Messia”.
Memorabile il giorno in cui, allo scoccare della pausa delle 12:30, ho scoperto di essere stato calorosamente invitato (leggi: precettato, pena ritorsioni) a un pranzo di lavoro ordito dal capoufficio. Non avendo un computer, né tantomeno un recapito aziendale, non avevo ricevuto nessuna comunicazione: infatti il capo, seduto ogni santo giorno a due metri dal mio angolo di scrivania, si era limitato a scrivere un’e-mail al resto dell’ufficio, senza minimamente prendersi il disturbo di dirlo a voce. Immagino che pure i colleghi abbiano dato conferma di partecipazione tramite e-mail, le e-pistole sono poi arrivate nel computer del capo, due metri più in là se non di meno, e il tutto si è consumato in un religioso silenzio che non ha rischiato di turbare la sacralità dell’opera impiegatizia.
Accecato da un’incazzatura di proporzioni ciclopiche e punzecchiato dagli sguardi di rimprovero e dai commenti dei colleghi (“guarda… è meglio che vieni”), vado al pranzo e scopro che è stato convocato per… illuminarci ancora una volta sui multiformi benefici che trarrà l’impresa dall’adozione del nuovo gestionale. Un’ora e mezza sprecata ad ascoltare il boss, seduto in mezzo ai sottoposti come Gesù tra i suoi 12 ignoranti di fiducia. Io, invece, ero il Giuda del lotto. Ciliegina sulla torta, in barba al fatto che fossimo “invitati”, ognuno si è pagato il rancio. Il capo ha magnanimamente offerto il caffè.

IL COMPUTER, ovvero L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’HARDWARE

Nonostante fin dal primissimo giorno avessi chiesto, a costo di risultare finger, rassicurazioni sulla possibilità di rimediare un pc, solo un mese dopo qualcuno si è degnato di rifilarmi un portatile mezzo scassato (evidentemente quelli a schede forate erano finiti), credo riesumato per l’occasione dai magazzini di una sede ungherese in disarmo. Per la password d’accesso, invece, sono serviti un’altra settimana e ulteriori solleciti da parte del sottoscritto. Potete immaginare che soddisfazione sia stata per me constatare che uno sfigato assunto una settimana dopo di me, corredato di panza e di pelata, già il giorno dopo l’arrivo disponeva di una scrivania tutta per sé e di un computer di ultima generazione con schermo piatto, mouse ottico, masterizzatore, macchinetta per caffè, titillacapezzoli e vibratori di svariate fogge, anche provvisti di zigrinature.

EPIDERMIDI ASSORTITE, ovvero RICONOSCERSI A PELLE

È proprio vero… quando si vuole a tutti i costi ottenere qualcosa non c’è remora morale che tenga. Io me ne sono accorto quando ho messo la mia firmetta sotto un contratto in cui figuravo come “impiegato settore pelle 5° livello”. Proprio io, che ho alle spalle anni di vegetarianismo militante – esclusi i soggiorni cinesi… vi autorizzo a darmi del pirla, ma provate voi a sopravvivere in un posto dove qualunque cosa si muova diventa cibo nel giro di cinque minuti, poi ne riparliamo – nonché qualche mese da vegano.
E ora, massima nemesi storica, eccomi a prestare la mia opera in un’azienda che, per produrre i suoi lerci cinturini, non esita a far scuoiare qualsivoglia bestiaccia, persino esseri che nemmeno immaginavo si potessero conciare: non solo vacche, alligatori, coccodrilli, iguane e lucertoloni vari (come questo famoso tejus che, mi si dice, è una specie di iguana meno... pregiata), ma razze, squali, elefanti e persino pesci persici… a casa mia la pelle del pesce di solito la si dà al gatto, ma lì nessuno sembrava essere minimamente toccato dalla questione. Beh, forse ho esagerato, qualcuno dava ancora prova di toccante sensibilità: lo ammetto, una volta ho sentito la commerciale lamentarsi del fatto che i cinturini in elefante non vendevano perché “l’elefante fa tenerezza”.
Il magazzino si ritrovava pertanto invaso da scatoloni interi di pelli proditoriamente asportate a rettili mezzi estinti, che (per questioni di dogana e di licenze) non si potevano più utilizzare… nemmeno per rinnovare il look del solito, misero sgabello tripode. Uno sciccoso rivestimento in iguana rosa shocking gli avrebbe donato.
Oltre al rimorso e alla vocina della coscienza, in ogni caso, ben altri sono stati gli spiacevoli risvolti: la puzza nauseabonda che offendeva le mie delicate narici ogniqualvolta mettevo piede in magazzino, lo schifo che ispiravano i rotoli di pellacce lerce sciorinate sulle scrivanie dei vicini e – last but not least – la noia di sentire la collega berciare al telefono “abbiamo solo dieci alligatori in casa”.

IL FUSO ORARIO, ovvero ALL’IMPROVVISO UNO SCONOSCIUTO

Uno dei motivi fondamentali nella mia decisione di mollare è stato il triste presagio di un’esistenza consumata inchiodato a un computer, in uno squallido loculo, al 67° piano di un gelido palazzone nella città del miracolo cinese. A prospettarmi questo tristo scenario non è stata solo la mia innata pigrizia, bensì l’inconfutabile fatto che alle 18 italiane (corrispondenti, all’epoca, alla mezzanotte in Cina e HK) sussisteva ancora, tra l’ufficio padovano e quelli cinesi, un intenso carteggio telematico condito da interminabili conversazioni telefoniche. Se è vero che il contratto-capestro prevedeva la fine del turno alle 18 ora cinese, quando da noi ancora non è arrivata la pausa pranzo… anche se – Iddio me ne scampi – non mi chiamo Levi Montalcini, ho fatto presto a tirare le mie conclusioni.

(Logica) conclusione

Giunto ben presto al punto di saturazione e stufo di sentirmi chiamare anche a casa “Bristow” come l’impiegatino dei fumetti, alle ore 16 del 25 settembre, tra gli sguardi increduli di capo e colleghi, ho dato le dimissioni. La mia vicina di scrivania, dandomi l’addio di rito, ha scritto su una cartaccia che ha poi subito strappato le parole “I’m looking for a job”. E io che pensavo di essere l’unico a rendermi conto della situazione. Così, la sera stessa, ho ripreso il mio vecchio lavoro di insegnante. Ho rinunciato a tre anni spesati di Cina (complice un progressivo e definitivo deterioramento dei rapporti con lo spirito volpe di cui sopra) e non contribuirò a promuovere il made in Italy nel globo, ma almeno non sprecherò la mia già di per sé misera esistenza, e soprattutto non devo leccare il culo a nessuno.

E per concludere con una dotta nota letterario-linguistica cito il buon Tao Yuanming, o Tao Qian, poeta la cui famosa espressione “non piegarsi per cinque staia di riso” (不为五斗米折腰 bu wei wu dou mi zhe yao) è diventata proverbiale in cinese moderno, dove viene usata per riferirsi a chi rifiuta di svendersi in cambio di una ricompensa ridicola. Ecco, io per cinque staia di riso non mi piego. Anche perché, come recita un altro proverbio sino-livornese sconosciuto ai più, chi si china lo piglia facilmente nel cacapranzi.

P.S.

Della mia collega che ha resistito alle torture ed è partita per Shenzhen nessuna notizia. Probabilmente dalle 7 del mattino fino alla mezzanotte assapora le gioie della logistica industriale, in una città che sembrerebbe invivibile persino al milanese più depravato. Peccato, non può nemmeno godersi il fatto di vivere nella metropoli cinese con la più alta concentrazione di mignotte/m2.
Un mio collega sinologo della SSLMIT, dopo aver manifestato un certo interesse per il posto lasciato libero dal sottoscritto, ha misteriosamente rifiutato. Altri miei colleghi, altrettanto misteriosamente, si sono guardati bene persino dal mandare un curriculum nonostante l'indigenza in cui all'epoca versavano .
Una fanciulla attualmente impiegata nella sede di HK dell’azienda sta seriamente meditando di tornare dal vecchio datore di lavoro giallo, da cui era scappata a gambe levate perché… la faceva lavorare troppo.
Fu vera gloria? Ai tejus l'ardua sentenza.

1 commento:

Massaccesi Daniele ha detto...

Leggo e mi leggo, ti capisco totalmente, sono un'aspirante sinologo ridotto a potenziale servo del mercato globale in cina. ti capisco soprattutto quando parli di vegetarianesimo: l'ultima volta che sono stato vegetariano è stato 2 anni e mezzo fa, la prima volta che ho messo piede in cina. su taiwan non sono d'accordo.
in bocca al lupo per tutto
daniele
http://www.danielemassaccesi.blogspot.com/