A grande richiesta e a secoli dalla creazione di questo sedicente blog ecco i bollettini che ebbi a spedire ad alcuni fidati compagni di lotta nel corso della mia trasferta cantonese, tra il luglio e l'ottobre 2005. Ho mantenuto la struttura "a letterina" e l'accentazione da tastiera cinese per non tradire, chiamiamolo così, lo spirito originario.
Joi gin!
06/07/2005
Carissimi,
tanti sanno dove sono in questo momento e altrettanti, per non dire i piu', lo ignorano. Quindi, per informazione di questa maggioranza silenziosa, in questo preciso istante sto seduto al computer piu' marcio della esimia Camera di Commercio Italiana in Cina (ti dice niente, Leda? Magari ti dovevo avvertire... comunque saluti dalla Chiara), sede di Canton, altrimenti detta Guangzhou, China. Trovomi qui in seguito alla malaugurata idea di seguire uno stage di 3 mesi che non solo mi terra' occupato 8 ore al giorno, ma non mi fruttera' il proverbiale becco di un quattrino. Trattasi infatti di sfruttamento subito gratis et amore Dei, senza nemmeno un minimo rimborso spese per il viaggio, l'alloggio, ecc., altro che manager milionario nel paese dei nanetti gialli. BALLE. Ma siccome chi e' disposto a sganciare fior di dollaroni non mi ha voluto, eccomi qua, novello Lewinski (anche se i famosi rapporti impropri ancora non li ho visti...), a omaggiare dei miei servizi non retribuiti una manica di mascalzoni che - loro senz'altro - fanno la bella vita degli stranieri in Cina.
Sono arrivato 2 giorni fa alla fine del viaggio apocalittico Venezia-Amsterdam-Pechino-Canton, con aggiunta di ritardi, scali e corse disperate in aeroporto per acchiappare svolazzanti aerei in partenza. All'arrivo, dopo 18 ore da che avevo lasciato gli italici lidi, la seccatura di scoprire che il comitato d'accoglienza era costituito da una torma di rompiballe non piu' alti di un metro e cinquanta che si accalcavano per decantare la propria virtu' di tassisti e trasportatori a vario titolo. Del personale della Camera manco l'ombra. Pazienza, ormai me la so cavare da solo, certo che avrei apprezzato almeno un coglione col mio nome scritto (probabilmente sbagliato... dopotutto siamo in Cina) su un cartellino macchiato di sugo.
Tra mille casini riesco a guadagnare l'albergo, una catapecchia da 35 euri al giorno (cifra non dico astronomica, ma del tutto sprupurziunata rispetto alla fatiscenza dell'ambiente), e crollo su un letto duro come una tavola da loculo francescano. Giusto il tempo di riprendersi, fare un giretto nei paraggi, mangiare qualcosa (la zona e' proprio sfigata, i ristoranti decenti bisogna cercarli col lumicino... ma che cazzo) e farsi guardare come un extraterrestre dai passanti, una doccia con lo spruzzo che non si puo' regolare a un'altezza umana ma solo fino alle spalle, e poi di nuovo a nanna.
Ieri giornata di acclimatamento, visita di rappresentanza alla Camera, bla bla bla. Ufficialmente comincio lo stage il 10, ma sono andato a farmi spiegare un po' come funziona la questione perche', diciamocelo pure, non ho una minima cazzo di idea di quello che mi faranno fare. E mi dispiace un po', perche' sembrano tutti entusiasti e fiduciosi delle mie inesistenti capacita' di networking (parola che, ho scoperto giusto ieri, significa piu' o meno ''io mi faccio vedere in giro cosi' tutti pensano che sia un pezzo grosso e mi danno il loro lercio biglietto da visita, e intanto monitoro un po' di segretarie'').
A questo punto, aspettando di diventare st(r)agista a tutti gli effetti, restano da risolvere tutti i piccoli problemi logistici. Prima di tutto trovare una casetta, un appartamentino, un loculo, un sottoscala dove vivere in questi tre mesi. Tra un'agenzia e l'altra, tra un agente furbacchione e un impresario mascalzone, speriamo bene... per ora resto all'albergo Rihang, le cui signorine, mosse a pieta' dalla mia condizione, hanno accettato di farmi un notevole sconto. Buddha benedica questo grande paese.
Per quanto riguarda le miscellanea... i cantonesi sono dei terruncielli non indifferenti, tutti scuri e piccoletti, molto piu' nani del resto dei cinesi (sfatiamo una buona volta il mito dei cinesi tutti nani... avete mai guardato i giapponesi?), e unti oltre ogni possibilita' di descrizione. Quanto alle cantonesi... beh, immagino che l'argomento richieda una mail separata e limitata ai soli destinatari di sesso maschile, tanto piu' che e' ormai noto il mio pesante penchant per le fanciulle dagli occhi a mandorla. Comunque, maschietti o fanciulle che siano, nonostante una facies diffusa che suggerisce una lunga tradizione di criminalita' organizzata e spiega come nasca il 99% dei film di Hong Kong, mi secca ammettere che per ora danno tutti prova di una gentilezza e disponibilita' che non ricordo di aver mai trovato nel mio precedente soggiorno nanchinese e shanghaiese. Vuoi vedere che e' il lato umano della mafia? Meglio se anch'io me li tengo buoni, una bottiglia rotta nello stomaco non mi garberebbe punto.
E poi fa caldo. Diobono che caldo, diobono che clima del cazzo. Non sono piu' di 35-36 gradi, ma c'e' un'umidita' che stenderebbe un armadillo. E pensare che mi ero informato presso alcuni autoctoni gia' sull'aereo... e questi mi hanno detto che adesso fa piu' fresco di prima perche' ha appena piovuto. MA SCHERSEMO? Io qua crepo, devo impormi movimenti rallentati per non produrre litri di liquido sudaticcio e non ritrovarmi con la polo da strizzare ogni duecento metri. E io che stavo cosi' bene in Finlandia, a rotolarmi beato nella neve con l'appendice di fuori...
Altre chicche: ieri ho pranzato nel bar Illy che si trova vicino all'ufficio... chissa' cosa direbbe il povero Riccardo se sapesse che nel suo bar di Canton si serve riso alla taiwanese e pollo al curry. Nonostante quel che si potrebbe pensare, non si paga neppure tanto. Gia', perche' per il resto e' tutto abbastanza caro, e io non so se sia per via della ''naturale'' inflazione o perche' effettivamente Canton e' piu' cara del resto della Cina. BOH. A proposito di acquisti, ieri mi sono anche comprato una borsetta da vero cinese, non dico in finta pelle, ma direi in finto PVC, una cosa che in Italia mi vergognerei anche solo a prendere dallo scaffale ma che qui mi fa passare per uno sborone coi fiocchi. Un vero yuppie!
L'altra cagata riguarda un evento mondano in cui, mi si dice, dovrei esercitare le mie presunte abilita' di networking (vedi sopra). A quanto pare a Canton apre un concessionario (anzi no, scusate, adesso si chiamano showroom... ma va' a ciapa' i ratt) Ferrari e Maserati a beneficio dei tanti cinesi con la grana. La Camera ha organizzato l'inaugurazione, e cosi' stasera ci sara' questo cocktail party con tutta la beautiful people cantonese. Mi vengono i brividi alla sola idea dei biglietti da visita che svulazzano senza sosta come lame rotanti sotto i miei occhi, dei cinesi dal conto in banca mallopposo che si ingozzano a sbafo sbrodolandosi orrendamente il completo YSL con calzino rigorosamente bianco... e nemmeno posso sperare di arpionare qualche secretary, visto che la concorrenza puo' sfoggiare portafogli ben piu' grassocci del mio!
Adesso vi lascio, almeno dovro' far finta di aver fatto qualcosa quando la capa ritorna! Gia', ho approfittato dell'assenza delle due tipe per farmi i cazzi miei. Dopotutto comincio il 10, no? Pregate il grande Buddha perche' mi assista in questa valle di lacrime e di umori tropicali, e soprattutto ricordate: tarapio tapioco come se fosse antani con la supercazzola prematurata... con lo scappellamento a destra... lo credo che non capisci, farnetico!
A presto compagne e compagni!
Paolo Lam (sarebbe Lin, ma ormai bisogna adeguarsi alla pronuncia cantonese...)
08/07/2005
Dai ga hou,
faccio uno strappo alla regola che mi impone di lasciar passare almeno un anno e mezzo tra una mail (collettiva, per di piu') e l'altra, e approfitto di quest'altro momento di abbandono per darvi qualche aggiornamento. Dopotutto il ''lavoro'' attraversa un periodo di stanca visto che il fine settimana si avvicina... questo almeno per gli occidentali, che il sabato e la domenica stanno a grattarsi sorseggiando un cocktail nelle loro suite tutte tempestate di oro e pietre preziose, allietati dalla presenza di alacri massaggiatrici tailandesi e meretrici di alta classe. I cinesi nel weekend si fanno il culo.
Oggi, poi, ho finalmente trovato il tempo di comprare una carta telefonica, nonche' di stupire la piacente signorina che non credeva fossi io quel pirla nel passaporto (stento a crederlo io stesso). Vi do il numero per scrupolo, ben sapendo che - dato che gli sms non arrivano - nessuno sara' cosi' matto da chiamarmi in queste lande desolate: +86 139 22219492.
Stamattina ho avuto una brutta sorpresa all'albergo quando il tipo (Marcos, ti somigliava vagamente... righetta in mezzo, ma capello tinto di un rosso menopausa) mi ha candidamente confessato che la mia camera era gia' stata prenotata per stasera e quindi dovevo sloggiare. Voleva anche - il furbetto - rifilarmi una suite superlusso con due letti matrimoniali (che, si capisce, sono consigliabili solo in caso di turismo sessuale di coppia), ma alla fine l'ho ridotto alla ragione: a malincuore ho impacchettato i miei miseri averi e sono salito mestamente di quattro piani fino alla mia nuova provvisoria sistemazione.
Nella pausa pranzo sono percio' andato a visionare qualche casetta in cui traslocare in tempi brevi, previo contatto telefonico con la capa dell'agenzia. La mia collega cinese mi ha avvertito che di sicuro mi avrebbero mandato una strafiga - le fanciulle tra i lettori mi perdonino il linguaggio da scaricatore di porchi - perche' l'agenzia ha a che fare essenzialmente con giapponesi, e come si sa - dice lei - i giapponesi sono tutti dei maiali. Hai capito! Le cinesine non sbagliano mai, perche' al rendez-vous mi ritrovo davnti una scoiattolina ancheggiante da restare di basalto... la quale mi ha tosto condotto a monitorare alcune cosiddette soluzioni abitative nei paraggi. Ho gia' una mezza idea e se Buddha vuole entro breve non mi dovro' preoccupare almeno di questo aspetto del mio tragico soggiorno cantonese.
Quanto al Ferrari-Maserati party di qualche giorno fa... che dire, e' un'occasione per aprire gli occhi sul mondo del business, e soprattutto per chiudere i boccaporti se alle spalle ti ritrovi qualche pezzo grosso dello star system internazionale o quasi. Il nuovo concessionario (mi rifiuto di ripetere quella parola... showroom...bleah) ha aperto, dio solo sa perche', in un buco lontanissimo dal centro, in piena campagna e giusto vicino a un ristorante fatiscente che si fregia di un nobile nome quale ''The Chicken Village''. La mia collega cinesina, un canadese che lavora alla Camera di commercio tedesca (?) e io abbiamo impiegato piu' di un'ora per arrivarci, con la povera tassista che ogni chilometro si fermava a chiedere informazioni. Ho anche assistito a una baruffa in cantonese stretto fra questa brava donna e un buzzurro in moto che esigeva 5 yuan (mezzo euro, una rapina) per scortarci fino a destinazione. Il canadese ha fatto notare acutamente che un Chip su una Harley avrebbe fatto una diversa impressione.
Una volta arrivati sul posto, tutto rosseggiante come da copione e tragicamente sprovvisto di alcolici degni di questo nome (a meno che lo champagne pechinese non sia considerato una raffinatezza... il cane del mio vicino ne produce di migliore), comincia il dramma dei biglietti da visita. Solo quella sera ne ho collezionati una trentina, tanto che ho poi dovuto comprare un porta-biglietti da visita per poterli gestire umanamente. Il dramma e' che io ancora non ce l'ho, una fottutissima ''mingpian'', e ho dovuto sostenere decine di sguardi delusi di non poter leggere chiaramente non tanto il mio inutile nome, quanto il mio ruolo all'interno di tale societa' che collabora con tal altra agenzia rappresentata da tal altro gran figlio di mignotta e via dicendo.
La cerimonia di inaugurazione e' durata pochi secondi, giusto il tempo di far salire sul palco il buon Amedeo Felisa della Ferrari (che Paul il canadese ha definito, a sorpresa e in un italiano impeccabile, ''il figlio illegittimo di Enzo Ferrari'') e altri mafiosi locali perennemente in occhiali scuri. E poi un gran trambusto per l'arrivo, a bordo di non so che cazzo di modello di Maranello, della superdiva Rosamund Kwan... che, lo so, non dice un piffero, ma chi conosce i film di Hong Kong sa di chi sto parlando. Ha una certa eta' ma se la porta bene, anche da molto vicino si vede che e' una granny ben tenuta!
Dopo il fugace siparietto delle celebrazioni cinematografiche, finalmente la parte piu' attesa: la cena, rigorosamente italiana e rigorosamente a sbafo! Altro giro di carte da visita con i compagni di tavolo: una tipa irritante del consolato italiano, uno sborone cagone della Magneti Marelli (sai le tue candele dove te le puoi infilare?), due cinesi mafiosissimi, uno appena appena meno mafioso, un olandese che sembrava un Benigni alto e magro, la viceconsole inglese (rivelatasi, magna cum sorpresa, una pakistana folle che non ha smesso un attimo di sparare cazzate molto poco politically correct) e, dulcis in fundo, una meravigliosa e affascinante fanciulla ignorata da tutti ma molto apprezzata (e rimirata) dal sottoscritto... una sosia di Anggun in vestito lungo rosa... e' ufficiale: si puo' parlare di Asian princess.
La cena e' stata ottima, tutti contenti, ma era davvero troppo dover sopportare gli sproloqui dei mafiosi che lamentano la mancanza di feste a Canton, dove - a loro dire - le ragazze non hanno nemmeno il coraggio di sedertisi sulle ginocchia... o un po' piu' in la'. Abbiamo preso il bus messo a disposizione dall'organizzazione con il nostro sacchettino Ferrari pieno di cagate e di brochure e via.
ALCUNE COSE CHE HO IMPARATO (o confermato) AL FERRARI-MASERATI PARTY:
1) non avere un biglietto da visita in Cina non espone al pubblico ludibrio, ma poco ci manca
2) se si comprano alcolici scadenti per risparmiare, tale risparmio sara' compensato dalla profonda insoddisfazione dei partecipanti, con serie ripercussioni sul successo degli eventi futuri
3) quando mangiano il gelato al limone, i cinesi fanno delle facce disgustate
4) delle macchine non me ne puo' fregare di meno
Questo e' tutto per ora, spero di aver sapientemente dosato linguaggio e argomenti da bar con sprazzi di illuminata saggezza. Chiudo facendo notare che al supermercato mi sono imbattuto in un prodotto non meglio identificato ma dal nome senz'altro evocativo: trattasi di un sacchettino allungato e alquanto pingue su cui campeggia la scritta ''ROCCO''. A voi il piacere di trarne le conseguenze.
A presto compagni, per il socialismo
Paolo Kwok
(continua la saga dei nomi cantonesi)
14/07/2005
Compagni, compagne,
smetto per un attimo di servire il popolo e di dedicarmi anima e corpo alla costruzione del socialismo per edurvi sulle ultime novita' che mi vedono protagonista o disincantato spettatore qui dove il bel ''hai'' suona.
Dopo aver vagato per miriadi di agenzie, contattato innumerevoli signorine dalla voce melliflua, rifiutato parecchie proposte che sforavano pericolosamente il mio budget mensile e maledetto tutto il settore immobiliare del Paese di Mezzo... ho finalmente trovato casa. Vi risparmio i particolari su contratto, affitto, cauzioni e commissioni varie: vi basti sapere che se in Italia si comportassero cosi' finirebbero a marcire nelle patrie galere, roba da far venire la tremarella persino a Previti.
La casetta e' piccolina (ma non e' in Canada'), anzi ''raccolta'', ridipinta di fresco (con tutte le sbavature di pittura del caso) e molto vicina al posto dove vengo quotidianamente schiavizzato. Non avendo il tempo materiale ne' di mettere a posto le mie poche cose – that is, tirarle fuori dalla valigia e poco piu' - ne' tantomeno di dare una pulita come si deve in giro, la casetta ha ancora l'aspetto di un piccolo campo di battaglia. In attesa del fine settimana, quando daro' il meglio del mio lato casalingo, mi sono limitato a dare un aspetto vivibile a bagno e cucina che, fatta eccezione per una porticina a soffietto - come sapranno i meno profani - convivono in una imbarazzante promiscuita'. Nauralmente non c'e' bisogno di dire che il mio acquisto di un intero carrello di detersivi, stracci e spazzoloni e' stato accolto dagli autoctoni con una panoplia di espressioni facciali che spaziavano tra l'incuriosito, il divertito, lo sprezzante e l'atterrito.
In questi giorni ho avuto l'incarico di presenziare all'Istituto di belle arti, dove la benemerita camera di commercio - per una volta dimentica dei suoi soci buzzurri, ignoranti, caciottari ma con portafogli sul punto di esplodere - ha organizzato una mostra di architettura italiana, con tanto di architetto napulitano, plastici, powerpoint e tutto il resto. Il mio ruolo consisteva essenzialmente nello starmene all'entrata a confabulare con portinai di chiara estrazione mafiosa, all'occorrenza intrattenendo piacevoli conversazioni con fanciulle un po' artiste un po' no... nel complesso un'esperienza interessante: ho visto passare centinaia di scoiattoline, firmato autografi, stretto manine, regalato borse dello sponsor (neanche Wanna Marchi era caduta cosi' in basso) e rievocato gli anni d'oro della mafia. Mosso a compassione, un professore dell'istituto mi ha regalato un sacco grande come mezzo cuscino (senza esagerare) pieno del famoso ''gongfu cha'', il mitico te' kungfu. Le arti marziali, ahinoi, non c'entrano una beneamata bega: come certamente saprete, ''gongfu'' vuol dire anche ''abilita'''... ergo, trattasi di un te' alquanto denso che per farsi fare richiede una certa pratica e non comuni doti di bollitore di infusi paglierini (eh, la Settimana Enigmistica).
Nota negativa: questi portinai cantonesi che non sanno neanche di essere al mondo, ne' tantomeno dove sia l'Italia, conoscono perfettamente tutte le vicende di cui e' protagonista il nanetto pelato che tutto il mondo ci invidia. Sanno tutto dei suoi processi, sanno tutto delle sue ville, sanno anche quanto raggranella ogni mese (facendo una gran fatica, come sapete, per sbarcare il lunario... trying hard to find a way to make ends meet o qualcosa del genere, dicevano in Lady Madonna), e persino loro propongono paralleli tanto azzardati quanto realistici con un altro nanetto pelato che imperverso' nel Belpaese negli anni d'oro del Ventennio. Roba da istituire il giorno della vergogna nazionale.
Stasera mi attende un noiosissimo incontro di rappresentanza in occasione della festa nazionale dei nostri vicini d'Oltralpe... una festa francese... bah. Non ho nessuna voglia ne' di tirarmi ne' tantomeno di presenziare a beneficio di coglioncelli venuti solo per scambiarsi i doppioni dei loro bisunti biglietti da visita. Andro' e cerchero' di mantenere un comportamento signorile nonostante la plebaglia circostante. E poi chissa', magari vengono un po' di secretary.
Quindi ora vi lascio, oggi proprio non ho intenzione di fare gli straordinari non pagati ancora una volta, e mi lancio in questa avventura tricolore in cui daro' prova di una erre moscia invidiabile.
Allons enfants, a' la prochaine! Putain!
Paolo Ng
22/07/2005
Miei più o meno giovani ma sicuramente attenti discepoli,
la frenetica vita d’ufficio di questi ultimi tempi mi ha – hélas – impedito di tenervi informati come avrei voluto sulle ultime novità dalla città dove è facile prendere delle cantonate. Per farmi perdonare, questa volta vi propino un bollettino formato famiglia preparato con calma nell’intimità della mia cameretta.
A dire la verità gli ultimi giorni sono stati occupati, più che da riunioni, briefing, analisi SWOT e grafici del break-even point (per gli amici intimi BEP, che suonerà particolarmente familiare ai miei conterranei), da importanti questioni di natura organizzativa riguardo a… una domenica al mare. Ebbene sì: dopo il festival della cultura del Belpaese e finita la mostra sull’architettura italiana, gli sforzi dell’illustre Camera di Commercio Italiana in Cina, sede di Guangzhou, si sono concentrati sulla promozione di una gita in una ridente località di mare a due ore di strada.
Naturalmente al sottoscritto è toccato l’ingrato compito di contattare miriadi di membri della Camera, omologhi di altre Camere straniere della città, scrivere decine di mail, dare mille volte le stesse informazioni superflue a gente che con ogni evidenza non aveva nemmeno letto il messaggio in cui orari, modalità, ecc. erano indicati con precisione svizzera, e soprattutto l’imbarazzante ruolo di riscossore crediti. Particolarmente interessante e tragicamente rivelatore, nell’ambito di quest’ultima mansione, è stato lo scoprire che c’è ancora chi si osa lamentarsi di dover pagare 15 euro (comprensivi di viaggio in bus riservato A/R, entrata alla spiaggia, noleggio sdraio e ombrelloni, pranzo a base di pesce, altre cibarie e bevande di varia natura) quando, probabilmente, il loro patrimonio personale costituisce materia ignota al fisco italiano, cinese e internazionale. L’unica cosa che mi dà una certa soddisfazione, in questo deprecabile quadretto dell’umana specie, è che per un giorno nessuno oserà farmi pesare il fatto di essere l’ultima ruota del carro del mondo finanziario cantonese: tra imbarazzanti panzette, villose spalline ad attaccapanni, tette cadenti e celluliti debordanti, potrò avere per lo meno una piccola rivincita personale.
In vista della “Sunday at the sea” mi sono inoltre premurato di procurarmi un costume da bagno, di cui sono partito sprovvisto. Purtroppo i cinesi non sono mai stati ai primi posti per buon gusto nel mondo della moda, e così l’impresa – a me che prima di comprare anche solo un paio di calzini voglio essere sicuro che siano perfetti – si è rivelata decisamente ardua. Alla fine di ricerche estenuanti ma inconcludenti ho tirato un respiro profondo e ho comprato per ben 3 euro un costume da buzzurro matricolato. Trattasi di una sorta di bragolone, di quelle che con ogni probabilità si gonfiano a paracadute non appena entrano in contatto con l’acqua, azzurre davanti e rosse sul didietro, con un sinuoso drago su entrambe le… diciamo entrambe le facce. Lungi da me il suggerire ammiccanti paralleli a sfondo fallico, ma che mi crediate o no era il costume meno imbarazzante che mi sia passato tra le mani.
L’appuntamento, quindi, è fissato per questa domenica: sono sicuro che vorrò sprofondare o essere mille miglia lontano non appena la torma sguaiatamente vociante degli italiani in spiaggia scenderà dalla corriera, ma mi chiedo se qualcuno di loro abbia nel costume un apposito vano a tenuta stagna per riporvi i biglietti da visita (plastificati?), in modo da curare il networking anche tra una spalmata di crema solare e una partita a racchettoni. Mi viene da vomitare.
L’ultimo evento mondano che mi ha visto recalcitrante spettatore è stata la festa-buffet organizzata dalla Camera francese in occasione del benedetto 14 luglio. Luogo del delitto, un ristorante all’occidentale che incarnava perfettamente il concetto di cattedrale nel deserto: un ciclopico, luccicante (a intermittenza), lussuoso, arrogante e drammaticamente pacchiano complesso di sale e giardini posticci nel bel mezzo di una zona che fino a cinque anni fa, a quanto mi si dice, era aperta campagna. Non solo il tassista che mi ci ha portato non solo non aveva alba di dove lo stessi costringendo a portarmi (per fortuna avevo stampato una cartina, provvidenzialmente fornita dagli omologhi oltralpini), ma al ritorno ho aspettato ore che un taxi – il cui autista si era evidentemente perso – passasse su quegli stradoni deserti, bui e dimenticati da Dio, Buddha, Guanyin e tutti i bodhisattva.
Al di là del contorno esageratamente sfarzoso, la festa è stata una delle manifestazioni più imbarazzanti e noiose a cui abbia mai partecipato, e questo nonostante la fiducia che nutrivo verso le capacità dei francesini (che, diciamoci la verità, non sempre sono dei professionisti della simpatia ma in genere quando devono organizzare qualcosa lo fanno bene… e intanto noi abbiamo ancora il papa in casa, remissivi succubi del decrepito monarca di un paese straniero!). Il risultato è che centinaia di figuri vestiti in modo eccessivamente ingessato e baldracche cinesi che cercavano in tutti i modi di farsi brutte sotto quintali di fondotinta si aggiravano come zombi per le sale con il loro piattino di pastine e fette di anguria, come gli orbi di “Cecità” (ce lo ricordiamo Saramago, Ricky?). Nel frattempo una fastidiosa orchestrina… la chiameremo così, orchestrina, raffazzonata alla bell’e meglio e composta da loschi e adiposi personaggi in basco e maglia a righe orizzontali (come avrete capito mancava solo la baguette sotto l’ascella) intratteneva i convenuti con sedicente musica francese.
La cosa più spiacevole, però, è che per elemosinare un bicchiere di qualcosa che non fosse un succo d’arancia annacquato bisognava fare venti minuti di fila, finché a un banchetto lercio cacciato in un angolino si riusciva a rimediare un bicchierino di plastica pieno di un intruglio che – nonostante la bottiglia di Bacardi troneggiasse tronfia sul suo piedistallo e la cameriera mi guardasse con l’aria di chi ti sta mettendo tra le mani un barilotto di assenzio – il rum lo aveva visto solo in cartolina ed era infestato da fastidiosi cubetti di ghiaccio. Mentre i bianchi, appartenenti alla razza superiore di coloro che hanno vinto nella lotta per la civiltà, fingevano di divertirsi come matti, decine di piccoli camerieri e cameriere cinesi li guardavano con il loro misto di invidia, curiosità, senso di superiorità e semplice disprezzo, di fronte a quelle risate sguaiate e a quelle puttane ingioiellate. Confesso che mi sono vergognato non poco e non riuscivo a sostenere lo sguardo di quei poveretti per l’imbarazzo: sembrava di essere tornati alla Shanghai degli anni ’20, quando gli occidentali facevano la bella vita nelle concessioni straniere e i cartelli dei parchi dicevano “vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi”, mentre tutto intorno i gialli facevano la fame o preparavano la bomba da scagliare al passaggio del prossimo signore della guerra.
Nel frattempo, anche e soprattutto per protesta contro l’atteggiamento dominante di disprezzo da parte degli occidentali (che qua, ho scoperto per la prima volta, amano chiamarsi “expatriates” o “expats”… perché non “deportati”, a questo punto? Ma annatevelo a pija ‘nter culo, annate) nei confronti della Cina e dei suo abitanti, prosegue il mio personale processo di sinizzazione. Che i cinesi riservino in generale un particolare rispetto a chi, dal momento che viene qui a rompere i coglioni, dimostra almeno l’umiltà di imparare la loro lingua si può facilmente capire. Io cerco di andare oltre… nel bene, ma soprattutto nel male. In linea con il mio impegno, quindi, stamattina mi sono presentato in ufficio con un “chabei” da combattimento: per chi non abbia avuto la fortuna di conoscere questo strano oggetto, trattasi del bicchierone di plastica spessa, munito di filtro interno, tappo a vite e asola esterna per appenderlo dove più conviene, che i cinesi si portano appresso da mane a sera e in cui mettono una generosa manciata delle loro amate foglie di tè, per poi rabboccarlo con acqua bollente nel corso della giornata. Quello che mi sono procurato io è obiettivamente enorme, ma se bisogna fare le cose tanto vale farle fino in fondo. E così per tutta la giornata ho potuto godere dei benefici effetti eccitanti del tradizionale infuso pisciarello del Celeste Impero… senza contare le ripetute visite che ho dovuto riservare al ben noto ufficio con le sedie bucate, anch’esse inevitabile effetto di una diuresi accelerata e stimolata in modo anomalo dal suddetto infuso.
L’altro ieri sera mi sono recato bel bello in quel del Paddy Field, pub irlandese squallido e pacchiano come solo i pub irlandesi sanno essere, dove i “colleghi” della camera inglese hanno organizzato un ritrovo, credo per festeggiare quel fesso di San Patrizio, ma non essendo in rapporti particolarmente buoni con il luogo ove si puote ciò che si vuole non ci giurerei. Comunque sia, è bastata la frase “happy hour” per convincermi a farmi mezz’ora di taxi en solitaire – le mie cosiddette colleghe erano troppo stanche… ma fatemi il piacere – e a raggiungere i bassifondi della Città delle Capre. Ad accogliermi le minute e leggiadre assistenti del presidente della camera inglese – e basta vederle per capire che questo Sandy, ancorché uno scozzese sfigato, grezzo e lattiginoso, è un uomo decisamente fortunato – e subito ho pensato che i 3 euro del taxi erano stati ben spesi. Solito giro di strette di mano sudice e rapido tour di inconcludenti conversazioni di circostanza. Una tappa del suddetto tour mi ha visto protagonista insieme a una piacente avvocatessa dagli occhi a mandorla. Codesta gazzella orientale si lancia in un interrogatorio stretto – deformazione professionale? – in merito a obiettivi, modalità e motivazioni ultime del mio soggiorno. Io sto al gioco, mi rompo i coglioni e pazienza, le fanciulle sono fatte così e… ho detto tutto. A un certo punto la cosa diventa tuttavia insostenibile e, sperando di liberarmi di questa appiccicosa chiacchieratrice decido di dare una svolta alla conversazione sfoderando il mio asso della manca, il micidiale conversation-killer: il mondo dorato della mafia. Con mia grande sorpresa la tipa – per la cronaca, la signorina Chen – non solo non fa una piega, ma perde come per magia l’aria sostenuta e arrogante che aveva ostinatamente mantenuto fino a quel momento, si fa prendere bene dalla nuova topica e si offre di darmi tutte le dritte per aggirare le leggi cinesi nel caso voglia davvero entrare nella Triade, iniziando naturalmente dagli stratagemmi di base. Che donna! Quando se ne va mi urla attraverso la sala che la mattina dopo mi avrebbe salutato qualche criminale di quelli veri, sotto lo sguardo atterrito di due ingessatissime funzionarie cinesi del consolato finlandese. Non più tardi di un minuto dopo decantavo presso le suddette funzionarie le gioie del rotolarsi in costume adamitico nella neve dopo una rigenerante sauna, ottenendo in quattro e quattr’otto numerosi inviti alle attività del finnico consolato. Occasioni mondane che non mi perderò certo (…che ssò, scemo?), tanto più che, scopro, la sede dei Suomalainen è giusto qualche piano sopra a dove vengo quotidianamente schiavizzato. Cina e Finlandia, due grandi paesi da cui imparare.
Bene, anche per questa volta mi sembra che ne abbiate avuto abbastanza. I resoconti continueranno, spero, con una certa regolarità, nei limiti dei miei normali impegni non retribuiti. Maschietti, non disperate: non mi sono dimenticato che aspettate la mail riservata (confidential) sugli aspetti relativi alle nuvole e alla pioggia (i cinofili sanno di cosa si parla… gli altri facciano ricerche e sapranno apprezzare questa espressione, brillante testimone del fine genio orientale). Fanciulle, invece, rassegnatevi: quello in cui mi trovo è un paese civile.
Un abbraccio a tutte e a tutti dal Celeste Impero.
Paolo Chow
28/07/2005
Gentilissime discepole, amatissimi discepoli,
gia’ da qualche tempo non vi tedio con le mie lunghe narrazioni di paesi lontani (almeno da voi... per quel che mi riguarda, a volte sono pure troppo vicini).
Approfitto ancora una volta di un’assenza del capo (febbre fulminante inutilmente curata con brodaglie cinesi spacciate per vere e proprie panacee, con conseguente peggioramento della gia’ deplorevole situazione) per rilassarmi un attimo... a dir la verita’ potrei approfittare meglio di questo momento di stanca per schiacciare un pisolino, visto che da sabato scorso ho navigato a una media giornaliera di quattro ore di sonno e non mi sento neanche piu’ le gambe. Purtroppo temo che la vista di un occidentale con camicia alla coreana miseramente accasciato sulla scrivania turberebbe piu’ di un ospite, e allora non posso far altro che fingere un’espressione attenta e – qui viene la parte piu’ difficile – intelligente.
Dopo una sfilza di tre serate danzerecce con ritorno alle 3 e mezza e sveglia alle 7, ieri sera ho assistito impotente ancora una volta alla trasformazione di una serata tranquilla in un’estenuante tour de force alcolico. Come se non bastasse, stasera, ben lungi dall’andare a letto a un’ora decente, mi aspetta un’altra seratina impegnativa sul versante del dispendio energetico (per chi ha ricevuto il bollettino 4bis, alias “the thing that doesn’t exist”, rimando al punto 5 del portafoglio. Non mi fate dire altro).
Il dramma e’ cominciato quando ho stretto un infausto sodalizio con un collega stagista che viene sfruttato in uno studio legale qualche piano sopra di me. Tedesco ma con la faccia da scandinavo, un po’ sosia di Owen, studente bocconiano, incontenibile birraiolo e un figo della madonna. In sua compagnia e’ iniziato il pattugliamento di ogni piccolo angolo della citta’ in cui si puo’ fare casino, con scientificita’ e precisione tutta tedesca e tutta nazionalsocialista, in modo da non farsi sfuggire nemmeno una possibilita’. Inutile dire che l’arrivo di due colossi – quando il 90% dei personaggi circostanti ti arriva alla spalla... si spiega il trucchetto – mal rasati e dallo sguardo truce suscita immancabilmente scalpore in qualsivoglia locale e lascia dietro di se’ una scia di cuoricini gialli spezzati... o almeno cosi’ ci piace credere.
La prima tappa di questo tour ha avuto luogo in un locale in cui l’eta’ media dei presenti non arrivava a 16 anni: infausta decisione quella di approfittare di un improbabile operazione di marketing “alla cinese”, che consisteva nel pagare 6 birre e riceverne in omaggio 18. Prendi 4 paghi 1, insomma, ma scherziamo?! Quando sono arrivate le tipe con i tre secchielli traboccanti di lattine e bottiglie mi sono gia’ sentito male, tanto piu’ che poco prima – in sede di cena – avevo come al solito esagerato, provando anche l’ebbrezza di mangiare una specie di pelle di serpente rivelatasi semplicemente disgustosa. Solo qualche giorno dopo ho scoperto che la bellissima piscina nel mezzo di questo locale sorge dove qualche secolo fa, si dice, una tipa si e’ suicidata in abito rosso da sposa (e mi si dice che questo renda il suo fantasma particolarmente incazzevole). Avete visto i vari film della serie “A Chinese Ghost Story”? Qualcuno mi spiega perche’ i cinesi vanno matti per raccontare queste stronzate? Per la cronaca, non abbiamo lasciato neanche le linguette delle lattine (per i lettori del 4bis, cfr. punto 4 del portafoglio).
La seconda esperienza, decisamente piu’ significativa, si e’ consumata in una location di piu’ alto livello, che pero’ – ahime’ – proprio per questo motivo pullula di ogni sorta di occidentali tronfi e adiposi mossi da brame carnali nei confronti delle sinuose danzatrici locali. In parole povere, questo si traduce in gruppetti di indiani sfigati e baffuti sulla sessantina, negroni panzoni in canottiera, spilungoni biancolattei con magliette metallare e capelli unti, tutti immancabilmente con bavetta colante da un angolo delle fauci, ma io dico che se esiste giustizia a questo mondo, quella cosa che non esiste continuera’ per loro a non esistere. Eccheccazzo. Unica pecca in una serata altrimenti da iscrivere negli annali (per i lettori del 4bis, cfr. ancora punto 5 del portafoglio), l’approccio subito da parte di un giallino alto un metro e una papaya un po’ troppo disinibito e invadente: varco la soglia delle latrine, prendo posizione e... senza una parola costui mi sbuca da tergo e inizia un massaggio sulle spalle del sottoscritto. Lo blocco prontamente e ricevo in cambio un sorrisetto ammiccante, prima di concludere l’operazione e lasciare in fretta quel luogo cosi’ mal frequentato.
Come vi avevo annunciato, si e’ consumato anche il dramma umano ed esistenziale della domenica al mare. Dopo una settimana d’inferno per curare nei minimi dettagli l’aspetto organizzativo della questione, finalmente il gran giorno e’ arrivato. Partenza confusa con immancabile ritardo dei soliti italiani e spagnoli, che se non si fanno riconoscere all’estero non sono contenti, e via dove il mare e’ piu’... marroncino. Purtroppo il viaggio e’ stato funestato dall’imbarazzante incompetenza dell’autista, che ha cannato strada circa venti volte, raddoppiando il tempo previsto e facendoci arrivare a destinazione a mezzogiorno invece che alle dieci. L’incazzatura e’ presto passata una volta infilato il costumino col drago di cui vi parlavo, una bella spalmata di crema solare (la piu’ leggera che ho trovato, protezione 16... io che di solito uso la 4) e via a sguazzare in un’acqua sorprendentemente pulita e calda come una rassicurante zuppa di tofu.
Poiche’ il panorama maschile – come prevedevo – non offriva che spallucce a gruccia, petti di pollo ed epe debordanti, il tedesco e io abbiamo avuto modo di interagire efficacemente con buona parte della componente femminile. Che poi fosse composto essenzialmente da trentacinquenni, per lo piu’ sposate e con figli (cfr. bollettino 4bis), poco importa: anzi, direi quasi che sono ancora piu’ affascinanti... con il look tutto acqua e sapone da spiaggia, poi, si puo’ tranquillamente parlare di massimi vertici espressivi.
Il momento topico e’ stato quello del pranzo: per meta’ pranzo cinese con le immancabili centosettanta portate, per meta’ barbecue di pesce e verdure autogestito, grazie al provvidenziale noleggio di alcune griglie: una nota al merito ai cuochi, che in sede di cottura pietanze, come si puo’ ben immaginare, sono stati sbalzati in un girone dantesco dalla temperatura superiore ai 40 gradi. Da vero terrone qual io sono e fui, ho protratto il pranzo fino a pomeriggio inoltrato, quando e’ ricomparso il tedesco armato fino ai denti di bottiglie di birra Qingdao da 66. Non molto tempo dopo riscoprivo il mio mai del tutto sopito spirito italiano partecipando a un megapartitone a calcio della categoria “alla morte”, tra gli sguardi incuriositi e beffardi degli spettatori di colore giallo. Al tempo stesso scoprivo altrettanto chiaramente che l’assunzione di 4 bottiglie di Qingdao prima della partita costituisce doping punibile secondo la giustizia sportiva: imbranatissimo sciabattatore da sobrio, guizzante goleador con la semplice aggiuntina della suddetta sostanza. E, come il doping, il brutto viene solo dopo: il risveglio del lunedi’ e’ stato infaustamente accompagnato da crampi ubiqui, strappi a entrambi (anzi, entrambedue) i polpacci e contrazioni spastiche della natica sinistra, disturbi ancora non interamente superati.
Il ritorno a casa e’ stato altrettanto drammatico del viaggio di andata: l’autista ha pensato bene di perdersi di nuovo, suscitando lo scontento generale e scaricandoci a notte inoltrata invece che alle 9 e 30 previste. Unica nota piacevole, una dormiente signorina dagli occhi a mandorla accasciatasi non troppo involontariamente sul sottoscritto. Peccato solo che sia sposata... ma anche il marito, lasciar andare in giro cosi’ uno splendore del genere. Buon per lui che non tutti gli italiani sono dei rovinafamiglie come li dipingono (ma all’occorrenza...): signor Chen, stavolta ti e’ andata di lusso.
Adesso stacco e approfitto dell’assenza di controllo da parte del governo centrale per lasciare l’ufficio un po’ prima, devo tornare a casa a cambiarmi e darmi una rassettata in vista degli impegni serali, perche’ trascurato e’ bene, ma fintamente trascurato e’ meglio.
Un abbraccio e una mossa di kung fu dal paese dove la parola “incantonare” ha ancora un senso, eccome.
Paolo Leung
09/08/2005
Miei ferventi e incantevoli ancorche’ impresentabili accoliti,
la fine del mio relativamente prolungato silenzio stampa si interrompe – coincidenza – in concomitanza con la partenza della capa per le meritate vacanze nelle zone piu' depresse e derelitte di questo staterello d'Oriente. Laddove i mufloni del Gennargentu o gli abituali frequentatori della stazione di Napoli non oserebbero avventurarsi nemmanco col pensiero, la sconsiderata manager rampante si e' tuffata a capofitto in compagnia dei genitori, ignare e innocenti vittime di una visione distorta e malata del concetto di viaggio. Qualora i tre malcapitati venissero derubati, incaprettati, torturati e infine brutalmente sodomizzati da una banda di briganti del Qinghai assetati di sangue e succhi vitali – eventualita’ che in certi posti e' tutt'altro che remota – spero che almeno mi spetti qualche giorno di vacanza.
Piu' passa il tempo e piu' mi rendo conto che i contenuti del bollettino ufficiale e di quello men-only tendono naturalmente e pericolosamente a convergere (e per lo stesso motivo mi sono reso conto che il ritorno in Italia sara’ di una tragicita’ mai sperimentata prima), ma alla fine mi sono detto che va tutto a beneficio di questo magnifico Paese altrimenti bistrattato, temuto e osteggiato pressoche’ universalmente, dagli imprenditorucoli veneti ignoranti come dai semplici poveracci.
Dopo i ripetuti rimbrotti da parte della capa perche’, a suo dire, non sono indifferente alle grazie delle fanciulle che capitano nel nostro ufficio e pertanto mantengo un comportamento per nulla professionale, finalmente adesso che il pitbull e’ vacanziero posso rilassarmi un po’ e mandare in vacca l’etichetta. Ho potuto dare il via alla distruzione dell’immagine aziendale ben prima di quanto immaginassi e per l’appunto stamattina, quando e’ entrata in ufficio una fascinosa pulzella dai tratti giapponesi a pubblicizzare una specie di casa di cura (sara’ mica un’omologa cinese del Pucci?). All’inizio, memore della corporate mission, ho cercato di contenermi, limitandomi a carpire il pingue fascicolo e a cazzarlo in un angolo della scrivania multiuso dove ancora giacciono reperti della fiera campionaria di Shanghai del 1922. La tipa se ne va ancheggiando, io contemplo con aria ebete e buonanotte. Un minuto dopo te la vedo ripassare davanti alla porta senza motivo apparente: in ogni caso, un sorrisetto e via. Dopo un altro po’ eccola che ripassa, questa volta soffermandosi a fare un sinuoso cenno d’intesa con la zampina. Vabbe’. La terza volta, pero’, si pianta sulla porta con sguardo maligno e resta immobile a fissare nella mia direzione. Visto che anch’io sono fatto di carne e - salvo alcune situazioni - non di legno, questa volta mi alzo e scatta l’operazione di networking: un attimo dopo il portafoglio si arricchiva di una voce, la memoria libera del cellulare si riduceva di alcuni kilobyte e la fanciulla si ri-allontanava con imperioso movimento gluteale destra-sinistra. Converrete con me che tutto cio’ non ha nulla di sorprendente, dal momento che scene come questa capitano normalmente in Italia, soprattutto a maschietti di discreta cultura e di aspetto pur moderatamente gradevole. O sbaglio?
Il fine settimana appena trascorso mi ha visto allontanarmi momentaneamente dal grigio della citta’ per tuffarmi nel grigio piu’ gradevole di un’altra cittadina a due ore di bus da qui, la ridente Zhaoqing. Dopo una sveglia alle 4 di pomeriggio causa strapazzi del venerdi’ e una doccetta di rappresentanza sono saltato zaino in spalla sulla prima corriera in compagnia di una simpatica donzella che ha gentilmente accettato di accompagnarmi a destinazione e ritorno (naturalmente senza secondi fini... o il secondo fine era proprio la gita?). Il viaggio e’ stato un viaggio lampo per gli standard cinesi, che solitamente durano ere geologiche e mettono a dura prova corrotti spiriti e olezzanti corpi. Il posto e’ bello, via dalla pazza folla di Canton, un gran lago che miracolosamente non puzza di cadavere, gran vita per le strade e marciapiedi larghissimi, clima da struscio serale-estivo, gente allegra e sorridente e solo due o tre stranieri ipertrofici e lipidici a turbare il panorama. Dopo una cena rapida tentiamo la fortuna nei locali del lungomare... pardon, del lungolago, e capitiamo in un posto a cui da fuori non avrei dato una lira ma che si rivela una scelta vincente. Gente amichevole, spuntini aggratis, giri di bevute offerti dalla direzione senza che ci avessero mai visto prima, e – the little cherry on the cake – cubiste dagli occhi a mandorla in ogni angolo e su ogni tavolo. Se penso che quelle italiane si credono fighe mi viene da ridere, quando in un posto pressoche’ sperduto si trovano degli spiriti volpe come quelli.
Dopo una serata piacevole fra una cazzata e l’altra arrivano la chiusura, altri ripetuti giri di Jack Daniel’s offerti dai capi, pacche sulla spalla e altre stronzate. Una delle cameriere, che scopro essere un’inglese mezza tanzaniana che parla un cantonese affascinante, si offre di ospitarci su un pezzo di pavimento a casa sua, e cosi’ risolvo anche il problema della sistemazione per la notte. Prima di andare tutti a nanna, pero’, si impone una sosta al ristorante notturno: in mezzo alle strade deserte ci ingozziamo di prelibatezze insaporite da una fame divorante, dopodiche’ si parte in sei in un taxi diretti verso la magione della figlia cioccolatina di Albione. Mentre l’inglesina e il suo tipo – cosa strana, visto che solitamente sono gli uomini bianchi ad accoppiarsi con fanciulle gialle, trattasi di uomo locale, e di un bel ragazzo per giunta (nota per le fanciulle bianche: tanti gialli qua sono dei gran fighi, rassegnatevi all’idea) – si rinchiudono nella loro cameretta, da cui poco piu’ tardi cominceranno a provenire prima gemiti e mugolii e poi veri e propri muggiti belluini, io mi ritrovo a gestirmi il salotto in compagnia di tre fanciulle discinte. La prima si toglie la maglietta e si mette a guardare la tv in reggiseno, l’altra comincia a pettinarsi le lunghe chiome con fare sensuale, la terza rimane solo con uno slippino ridotto al minimo e una canottierina attillatissima che fa intravedere il tatuaggino sexy sulla spalla, per poi sdraiarsi di spalle proprio davanti al sottoscritto, il quale ormai e’ convinto di essere passato a miglior vita e di toccare gia’ con mano (...) la ricompensa che mi spetta nell’aldila’... e se non spetta a me a chi deve spettare? A Teodoro Bontempo?. Il sottofondo chiaramente udibile dall’altra stanza non aiuta certo a darsi una calmata ma, visto che fra una cosa e l’altra sono le sette di mattina e non dormo veramente da giorni, ben presto il sonno ha la meglio sui miei ormoni in subbuglio e sprofondo beatamente tra le braccia di Morfeo (a’ Morfe’, niente scherzi!).
Morfeo molla la presa ben un’ora e mezza dopo, quando il fragoroso spiattellare proveniente dalla cucina mi fa sobbalzare sul divano (non fatevi ingannare da questa parola che suggerisce la presenza di morbidi guanciali particolarmente adatti a prolungati pisolini: trattasi di una struttura interamente lignea concepita forse per un massaggio energetico o per pratiche di mortificazione della carne, non certo per poltrire). Un attimo piu’ tardi eravamo gia’ alla Roccia delle Sette Stelle, cotti dal sonno e dal sole che picchiava come neanche Alemanno prima di dedicarsi a vitellini e piantine di fagioli. Scopro ben presto che l’attrazione principale del luogo e’ la scalata delle varie montagnole (per l’appunto, le sette stelle del nome) e mi avventuro incurante dell’afa e del debito di ossigeno. Dopo pochi affondi, ahime’, sento le gambe cedere e la testa girare in tondo, ma l’orgoglio mi spinge a resistere e ad arrivare fino in cima alla prima – nonche’ ultima, mi dico – delle succitate alture, dove mi riposo per un tempo interminabile col sedere a pezzi e la canotta – perdonatemi... in Cina e’ difficile resistere alla tentazione del look da supercafone – fradicia di sudore. Quando, fra mille sofferenze, ci decidiamo a scendere a valle, ormai non sento neanche piu’ le zampe. Visitiamo alcuni altri loci amoeni, ci teniamo ben alla larga dalle altre sei scalate e verso le quattro raggiungiamo l’uscita dopo otto ore di vagabondaggio in questa specie di palude che non puzza... un’atmosfera per certi versi molto blueseggiante. Una puntata al ristorante, dove ci ingozziamo di te’ al crisantemo e dim sum fino a scoppiare – e per una cifra ridicola –, un altro giretto per il quartiere vecchio tra mura e tetti sbrecciati, e prendiamo per un pelo l’ultima corriera per Canton. E proprio sulla corriera arriva il classico inatteso, ovverosia il grande momento del ‘’ganmao’’: accaldato, bruciato dal sole e dolorante per via dello zaino da trekking sull’Himalaya, vengo investito da una folata diaccia di aria proveniente dal condizionatore, che apparentemente non c’e’ modo di bloccare o deviare. Nel giro di un’ora comincio ad accusare tosse persistente e alquanto indishpunente, seccatura tuttora in corso d’opera.
E con questo vi abbandono al vostro triste destino di italiani in Italia, o peggio ancora – ne so qualcosa anch’io – di italiani all’estero costretti prima o poi a ritornare nella terra dove uno gnomo liftato e un pastore tedesco (pardon, un umile lavoratore nella vigna del Signore) fanno il bello, ma soprattutto il cattivo tempo. E a proposito di tempo, poco fa ho avuto l’impressione che nevicasse, peccato che fuori ci siano quasi quaranta gradi. Adesso manca solo che fuori dalla finestra passi un Babbo Natale giallo a bordo di una slitta di bambu’, trainata da bufali d’acqua volanti e piena zeppa di nidi di rondine per i compagni buoni e di tofu marcio per i controrivoluzionari.
Riprenderemo Taiwan!
Paolo Kwan
19/08/2005
Sap, gau, baat, chat, lok, ng, sei, saan, yi, yat...
Miei intrepidi lettori di byte,
ben ritrovati, naturalmente dopo un opportuno conto alla rovescia in lingua locale.
La stanchezza accumulata in giorni e giorni di strapazzi sta avendo il sopravvento, e sto pagando il mio tributo a una settimana di vita da pipistrello (parola che, ho notato, suscita sgomento e ammirazione in gran parte dei cinesi a cui ritengo di poterne rivelare il magico ancorche’ stridente suono). Come se non bastasse, mi sento la schiena a pezzi dopo che ieri sera, dopo una cena con degli amici gialli, abbiamo avuto la brillante idea di aspettare l’ora di andare in disco ammazzando il tempo in un salone massaggi. Purtroppo non si trattava del massaggio speciale (ammicco ammicco) cosi’ diffuso in Cina, anche se certe mossette a tradimento e improvvise toccatine in zone normalmente off-limits, con conseguenti e incontrollabili vampate di calore nel basso ventre, mi hanno fatto pensare che forse avevo sbagliato posto. E’ anche vero, pero’, che non c’e’ verun motivo di richiedere tali prestazioni... perche’ pagare 300 yuan per un servizio che puoi avere in forma assolutamente gratuita, pressoche’ ogni volta che lo desideri? E vi siete mai chiesti perche’ in Italia ci sono cosi’ tante pulzelle che del proprio corpo fanno mercimonio?
Al di la’ di tali considerazioni sul livello di civilta’ raggiunto da certi paesi e sulla drammatica involuzione di altri, comunque, l’idea del massaggio si e’ rivelata tragicamente fallimentare. Dopo un’ora di botte, stirature e offese ai miei punti di pressione (tipo la mossa letale di Kill Bill) sono uscito in strada ridotto a uno straccio ma pronto per tirare le 3 – non di piu’, stamattina dovevo pure presentarmi in ufficio – tra sculettamenti e ondeggiamenti al ritmo de la noche... noche che poi si e’ rivelata una vera e propria noce, visto che il dj era un’obesa tipa inglese dagli occhi di pesce lesso con gusti musicali degni del peggiore Leone di Lernia. Ma tant’e’, centinaia di gialli erano in brodo di giuggiole, e contenti i gialli contenti tutti.
Domenica scorsa ho pensato bene di esplorare i centri commerciali intorno a Beijing Lu (Pechino boooo, Canton banzai) per un pomeriggio di folle shopping alla ricerca di alcuni capi di abbigliamento di diversa natura che si adeguassero alle mie attuali esigenze. Inutile dire che non ho trovato traccia di quello che mi interessava; in compenso mi sono fatto un’idea piuttosto completa dello stile dominante nel mondo del fescion in salsa di soia. Ammetto che sono stato sul punto di fare mia una maglietta con faccione del Grande Timoniere e scritta in cinese “lunga vita al presidente Mao”, ma la faccia sconcertata del commesso mi ha dissuaso da un acquisto inconsulto. Che tanto inconsulto non doveva poi essere, dal momento che ieri sera nel club un individuo sfoggiava la stessa maglietta con aria fiera e disincantata. Lunga vita al presidente.
Poco dopo stavo per cadere nello stesso errore rimirando una maglietta con l’immagine di un operaio modello armato di libretto rosso e scritta, sempre in attraenti caratteri cinesi, che recitava “il popolo cinese si e’ alzato in piedi”; ma una stessa espressione carica di rimprovero, stavolta riservatami da due attempate commesse, mi ha convinto ancora una volta a lasciar perdere. Attratto poi da un berretto di finto PVC con tanto di stella rossa me lo calco sulla testa e mi guardo nello specchio, ma resto di stucco notando una preoccupante somiglianza con il Comandante Guevara. Pelo incolto, sguardo assonnatamente latino e capello ormai fluente hanno fatto il resto nonostante l’assenza del sigaro: povero Che, che ti hanno fatto. La sua faccia e’ ovunque ultimamente, su magliette, zaini, berretti, mutande, forse anche preservativi e pillole del giorno dopo (a proposito...il giorno dopo cosa? Non l’ho mai capito)... capisco che in passato sia stato per i gialli un modello lontano di spirito rivoluzionario, ma mi spiegate come si concilia tutto cio’ con la disperata fame di Merdonald’s, KFC, Starbucks e altro guano a stelle e strisce che impazza in Cina ormai da qualche anno? O tempora, o mores... stravolto davanti allo specchio e a queste laceranti riflessioni ho trovato una via d’uscita comprando una fantastica canottiera da burino professionista, superattillata, di colore verde pappagallo e con scritta “kungfu” gialla. Ho tradito la rivoluzione, e’ vero, ma mi sono portato a casa un sorso di Romagna... pardon, un pezzo di Cina.
E ora affronto un problema che mi tocca molto da vicino, non tanto come figlio di un’insegnante di italiano delusa da due generazioni di totali analfabeti, ma come individuo (sono tentato di dire “laureato”, ma dalla Letizia in poi anche questa parola ha perso gran parte del suo significato) vittima di bruciante frustrazione, che non si capacita e non si raccapezz(ol)a di come possano esistere buzzurri, ignoranti, cafoni, villici, caciottari e burini o semplici bestie che probabilmente guadagnano in un mese quanto io non vedro’ in tutta la mia vita, ma che quando si tratta di mettere insieme tre parole nel nostro bell’idioma mi provocano un incontrollabile tsunami di spasmi gastrici.
Non amo fare il Severgnini della situazione, ma il troppo stroppia, e qualche volta storpia pure. Credo pertanto che sia giunto il momento di squarciare il velo di Maya su certi cazzoni che si riempiono la bocca con la scarpa che respira e con questo porco cazzo di Made in Italy, e di buttare nel cesso, con tanto di giocoso sciacquone, il diritto alla privacy (loro). Se lo sa quella mummia rinsecchita di Rodota’ mi incula, ma lo faccio per una buona causa... e a fini di sputtanamento, che rilassa e aiuta a vivere meglio.
Ecco quindi alcuni campioni di bestialita’ aziendale. Prego notare che sono tutte versioni integrali e unabridged copiate dalle mail che ricevo, compresi accenti invertiti, apostrofi amputati e punteggiatura usata a guisa di mina antiuomo. Qualora vi venisse in mente di rimbrottarmi perche’ al posto dell’accento uso gli apostrofi, vi ricordo che non esiste niente che somigli a una lettera accentata sulle tastiere che mi capitano sotto ai polpastrelli. A meno di copiarle una per una dall’Inserisci Simbolo di Word...
C’e’ il coglione che vuole fare il simpatico, oppure non e’ sicuro che dall’altra parte del monitor ci sia un italiano pizza spaghetti mandolino suo pari, e scrive tutto d’un fiato un messaggio linguisticamente ibrido tra un morso alla quattro stagioni, una forchettata di maccheroni e un indiavolato assolo alla napulitana:
“Hello infoguangdong,
Buongiorno sarei interessato a contattare l azienda xxx potete mandarmi le referenze.”
Ci sono quelli che hanno lasciato la prima parte della frase sul comodino, come anche – presumo – entrambi i lobi cerebrali, o forse semplicemente sono refrattari ai preamboli e alle espressioni di cortesia:
“Se fosse possibile avere una lista di interlocutori per la ricerca di un partner in Cina per la distribuzione di prodotti cosmetici di alta qualità.”
“Vogliamo informazioni sulla societa' che vuole importare cereali.”
C’e’ chi, bonta’ sua, non mostra estrema familiarita’ con le collocations e con l’accordo del participio passato, che evidentemente non e’ un problema che tocca solo gli studenti di francese:
“Ringrazio anticipatamente per le informazioni recatomi!”
C’e’ l’ingenuo che, oltre a non conoscere i fondamenti dell’abbici’, ignora bellamente che quelli con cui cerca di mettersi cosi’ disperatamente in contatto produce gia’ da tempo le porcate che costui vende ogni giorno sui banchi bisunti di qualche mercato rionale:
“Mi chiamo xxx e rappresento una piccolo società italiana Alarcon di distribuzione scarpe a basso prezzo per clienti vendtori ambulanti nei mercati. Cerco una ditta produttrice di scarpe che voglia vendere i suoi prodotti sul mercato italiano.”
Come potrete immaginare, gran parte dei businessmen che contattano quotidianamente la Camera provengono, ahime’, dalla regione che ha dato i natali – e anche qualche Ferragosto – a personaggi del calibro di Petrarca, Goldoni e Aldo Serena. E come sapete ugualmente bene, la bella regione dove il “casso” suona non brilla certo per l’italiano cristallino della maggior parte dei suoi abitanti. Nel caso in cui qualcuno nutrisse dei dubbi su quanto or ora affermato, ecco qua:
“Vorrei avere maggiori informazioni di come si potrebbe commercializzare marmo e graniti con la Cina, poichè con mio amico abbiamo società import ed export di prodotti lavorati del marmo e granito qui nel veneto. Poi colgo occasione per sapere su quale canale di comunicazione immettermi per vedere di fornire a vs connazionale qui nel Veneto immobili vari. Grazie mille, saluti.”
Ma se c’e’ giustizia al mondo questi figli di una vacca indu’ fanno tutti bancarotta e vengono rispediti con un bel calcio in culo a fare l’esame di quinta elementare. Bastardi. Non dico sapere a memoria la Divina Commedia (Ricky, come procede?), ma e’ evidente che questi analfabeti non hanno mai letto neanche il libretto delle istruzioni delle loro presse a caldo del cazzo.
Meglio che mi fermi qui prima che la rabbia che covo nei confronti di questa plebaglia mi spinga a pensare di imitare il buon ferroviere di Guccini (si’, ma con cosa? Con una bici incendiaria? Con un riscio’ imbottito di esplosivo?). Domani mattina, se tutto va bene, parto per una tre giorni a Hong Kong che, almeno nelle intenzioni, mi dovrebbe distrarre un po’ dal tran tran di questo ufficio della mentula. Anzi, lunedi’ mi do malato, proprio il giorno in cui torna la capa da due settimane di cazzeggio, almeno un giorno libero mi sembra il minimo dovutomi. Per il socialismo, naturalmente. Ah gia', gwailo e' un termine un po' razzista per definire gli stranieri bianchi.
Joi gin,
Paolo Heung
E anche se ultimamente non lo vedevo tanto spesso, penso che forse anche al povero Michele sarebbe piaciuto leggere queste quattro boiate.
26/08/2005
Per amor di una completa formazione linguistica vi sottopongo una frasetta in cantonese il cui suono mi piace particolarmente e che devo trattenermi dal ripetere ad ogni pie’ sospinto: “siu sam siu bak to”, ossia “attenzione al coniglietto bianco”... roba da far impallidire i Jefferson Airplane, anche se con certi personaggi e’ meglio usare la parola “roba” with a grain of salt.
Mie saporite ancorche’ indigeste focaccine della luna (o yuht beeng che dir si voglia),
vi scrivo dopo aver tagliato da pochi giorni la soglia delle 26 primavere, eta’ ormai venerabile raggiunta contro ogni aspettativa mia nonche’ della mia dottoressa. Ormai son piu’ 30 che 20... ma il problema non mi tange, gia’ da tempo sono abituato a pensarmi come un disincantato e burbero signore di mezza eta’.
Questi giorni sono stati un bagno di sangue da far venire l’acquolina alla contessa Bathory. Dopo essersi dati alla macchia per un mese quando li cercavamo, quei cazzoni di italiani dal conto in banca col colesterolo si sono rifatti vivi tutti insieme e uno piu’ nervosetto dell’altro, esigendo servizi, prestazioni, resoconti, oroscopi e numeri di puttane filippine. Onde prendermi un attimo di pausa dalla frenesia dei tempi moderni (e del ritorno dei vari paperoni dalle vacanze a Sharm... ma porco il bavarese, il loro aereo non casca mai?), quindi, approfitto dell’imminente partenza della capa per un inutile incontro ai vertici che si terra’ in quel di Shenzhen, ghignante localita’ a un’ora di treno da qui nonche’ squallida accozzaglia di monstra vel portenta architettonici in vetro e leghe leggere.
Come da tempo sognato e finora vanamente pianificato per problemi di visto, nel fine settimana ultimo scorso e’ finalmente decollato il lodo Hong Kong. Non vi dico il paio di ciuffole imperiose che comporta il riempire moduli, presentare passaporti e visti e farsi ispezionare il bagaglio, tutto per arrivare in un posto a due ore da qui che ormai e’ Cina quasi a tutti gli effetti... ebbene si’, forse qualcuno di voi ignora che gli stranieri possono andare a HK direttamente e ripartire senza bisogno di visto, ma che raggiungere Hong Kong dalla Cina e’ equiparato a uscire dal territorio nazionale. Questo significa che con un visto normale (una sola entrata) si puo’ andare a HK dalla Cina, ma per tornare in Cina bisogna farne uno nuovo, con la conseguente sferoclastia che potete immaginare. Nemmeno i cinesi del continente possono andare e venire come gli pare e piace, ma hanno bisogno di una specie di visto o permesso speciale senza il quale se ne restano a casa loro a bersi il loro te’ drenante. Per poter entrare e uscire come un pendolino e senza patemi d’animo bisogna avere un visto a piu’ entrate, come quello che quando sono arrivato qua non avevo e che ho dovuto procurarmi per vie, se non apertamente mafiose, per lo meno ai limiti della legalita’. All’inizio ero un po’ turbato, ma poi mi son detto che a casa mia mi aspettano il Berlusca, Confalonieri, Previti e Tanzi, quindi tanto vale ricominciare ad abituarsi al made in Italy.
Dopo due ore di treno diretto Guangzhou East Station-Kowloon in ritardo, viaggio lentissimo e funestato dalla chiusura delle latrine non appena il treno ha lasciato la circoscrizione di Shenzhen (norme igieniche della zona di Hong Kong, mi si e’ detto) con inevitabile rigonfiamento della vescica natatoria, sono sbarcato alla stazione Hung Hom a Kowloon, cioe’ quella linguona di terra che punta verso l’isola di Hong Kong. Insieme a me, una collega del centro studi accademici di Canton con cui ho avuto alcune interessanti discussioni, naturalmente limitatesi a un rapporto puramente professionale e non contaminato da deviazioni ormonali di sorta... Allo sbarco ho dovuto patire un’ulteriore trafila burocratica e un’ispezione mirata ad accertare che non stessi introducendo truffaldinamente tessuti umani e braciole di porco (non ditelo a mia mamma, ma quest’anno in Cina c’e’ la malattia dei maiali). Quando finalmente ho messo il naso fuori sono stato investito da un acquazzone di viulenza inaudita che mi ha ben presto convinto a sincerarmi della qualita’ della locale metropolitana.
Siamo arrivati a Mongkok e ci siamo messi alla ricerca di un albergo. Poiche’ Mongkok notoriamente pullula di siffatte facilities, trovare un riparo per la notte ci e’sembrata cosa rapida e indolore. Purtroppo tali strutture si sono rivelate essere, nel 100% dei casi, alberghi a ore dove i cinesi vanno esclusivamente per accoppiarsi selvaggiamentecon persone sconosciute ai rispettivi coniugi. Ben lontani, ahime’, dalla classe e dalla giocosa fantasia dei love hotel giapponesi, codesti ridenti alberghetti presentano i seguenti elementi distintivi:
1. proprietario/a che ti riserva uno sguardo complice e ammiccante, sicuro della tua sola e unica intenzione di svuotare il secchio;
2. camere di 3 metri quadrati senza finestre, lerce oltre ogni umana capacita’ di adattamento;
3. soffitto gocciolante e sottostante bacinella con ticchettio;
4. tv accesa in ogni camera, con proiezione ininterrotta di film porno al rallentatore in cui, come se non vado errato recitava il mio vocabolarietto di forbidden English, “every kind of copulation [...] is depicted in great detail”.
E’ bastato incappare per errore in tre di questi loci amoeni per convincerci a cambiare completamente zona e a puntare verso nord, finche’ in una stradina vicino a Nathan Road ci e’ apparso un albergo invisibile dall’esterno ma rivelatosi pulito, non troppo caro, fornito di tutto il necessario e scevro da quell’atmosfera da lupanare thailandese che tanto mi aveva inquietato.
Il tempo di scaricare lo zaino, tenere un paio di dissertazioni accademiche e fare una doccia, e via alla scoperta di questa stranissima Londra d’Oriente. Eccitatissimo all’idea di ritrovarmi finalmente di persona in un posto di cui ho visitato ogni angolo nelle centinaia di film mafiosi che ho divorato, mi sentivo un po’ il bambino nel negozio di caramelle... anzi, sono contento di non aver potuto vedere l’espressione di ebete beatitudine stampata sulla mia faccia a ogni piccola stronzata.
Quella prima sera ci siamo avventurati dall’altra parte del braccio di mare, sull’isola di HK, a Lan Kwai Fong. Trattasi di una strada ad anello brevissima ma piena di pub e locali per tutti i gusti, dal baretto con tre sedie al localone ultratrendy su tre piani. Ci siamo fermati per un cocktail in un posticino abbastanza trendy con house a palla, per poi spostarci e tirare a fatica le tre in un enorme locale postmoderno dove, mi e’ parso di capire, la HK bene e gli occidentali meglio indugiavano sorseggiando torbidi liquidi cobalto. Purtroppo, e mi secca ammetterlo, tutta la serata si e’ rivelata di una noia accablante: questa irritante plebaglia vomitata per le strade che neanche “L’Appartamento spagnolo”, tutta intenta a far finta di divertirsi pazzamente, quasi tutti bianchi e negri, donnacce in iperventilazione con trippe a vista, burini dalle carni biancastre ormai flaccide in compagnia di meretrici compiacenti... Sara’ che non ho piu’ l’eta’ per queste cose? Ai bischeri l’ardua sentenza. La notte porta consiglio, ma anche tanto sfinimento e due borse tante se la usi nel modo sbagliato... e cosi’, alle quattro passate siamo tornati in albergo e crollati sul pacchianissimo letto fatto a sedile di aereo...
La mattina (inoltrata) del giorno dopo ci ha visti fare colazione pasteggiando a spaghetti, bestia non precisata e caffe’ bruciato in un tipico ristorante-caffe’ di HK, di quelli con i sedili tipo Happy Days che si vedono sempre nei film. La pioggia battente (direi quasi “incessante”, come in quella indimenticabile pagina di Tokyo Blues...) non ci ha impedito di lanciarci in una sessione di shopping che ha fruttato alcuni acquisti inconsulti (cfr. magliette tamarre con drago e sfilza di caratteri da regalare al papa’ quando va in palestra) e altri piu’ utili, come una nuova macchinetta fotografica a sostituire la paffuta e storica, ma ormai ridotta a un rottame, Panasonic che mi ha accompagnato in mille ignobili avventure. Fra un negozietto e una libreria ci e’ passato tutto il giorno, ritagliandoci persino il tempo per una visita a un paio di templi davvero pacchiani, e presto sulla ex colonia britannica e’ calata la sera. Nonostante il tempaccio abbiamo deciso di salire al Victoria’s Peak, che si vanta di essere il punto piu’ alto delle montagnole sull’isola di HK, e a cui si arriva con un tram vecchio stile (tipo quello per Opicina...) che vince mirabilmente una pendenza di 40 gradi. Arrivati in cima – un freddo della madonna – la scoperta di essere le sole anime vive sul cocuzzolo, fatta eccezione per un paio di sbirri con una gran voglia di non fare un cazzo. Il panorama non era dei migliori, essendo ogni cosa avvolta in una fitta e spessa nebbia bianca che conferiva al tutto un aspetto da Chinese ghost story. Una delle poche luci visibili, ironia della sorte, l’arca di Merdonald’s, che campeggiava tronfia e soddisfatta in cima all’orrido centro commerciale costruito sul Peak. All’una, delusi e scornacchiati ma non troppo, abbiamo preso l’ultimo bus per scendere a valle, un fantastico bus a due piani con autista pesantemente sotto l’effetto di caffeina, che ad ogni curva mi ha procurato sistoli e diastoli accelerate in quantita’. E poi, in un impeto di umana carita’, di nuovo a Lan Kwai Fong, finalmente ripulita dalla maggior parte dei pecorai che la infestavano solo la sera prima, per piazzarci in un localino provvisto di comodi e avvolgenti divani modello “La Tabaccaia”. La proprietaria ci si avvicina con fare minaccioso e aria da baldraccone vietnamita, e inizia un discorso in una favella incomprensibile. Io e la collega ci guardiamo perplessi; le chiediamo di ripetere e lei riparte col suo inintelligibile sproloquio, tanto che per un attimo mi chiedo se per caso la tipa non mi stia facendo la supercazzola in qualche idioma del Sud-Est asiatico. Solo dopo un po’ riesco a cogliere qualche parola tipo “sit”, “drink”, “scappellamento a destra” e, seppure a fatica, ordiniamo una caipirinha per tirare ancora una volta le tre prima di andarcene a nanna su un pullmino notturno stipato di attempate signore inglesi in cerca di emozioni (e trincate, a giudicare dalle zaffate che a piu’ riprese offendevano le mie delicate narici) a buon mercato.
Il giorno dopo, in occasione del mio genetliaco, torniamo sul Peak, questa volta superando una coda chilometrica, e riusciamo finalmente a goderci una bella vista e un panino alla francese nonostante la massiccia presenza di miei connazionali della bassa, che c.v.d. non hanno mancato di farsi riconoscere anche nella Regione ad Amministrazione Speciale tra lazzi, gridolini di piacere, roboanti scorregge e semplici incontrollati fenomeni di fonazione. Piu’ tardi saliamo a Tsim Sha Tsui, dove gironzoliamo per un po’ prima di percorrere la Avenue of Stars, un lungomare decorato da stelle con i grandi nomi del cinema di Hong Kong di oggi e di ieri, e dove alcuni di loro hanno lasciato le impronte delle loro unte manine gialle. Quasi commosso da tanto kitsch non resisto alla tentazione di scattare una serie interminabile di foto alle vestigia lasciate da tanti miei beniamini: Bruce Lee, Wong Kar Wai, Tony Leung, Maggie Cheung, Chor Yuen, King Hu, Leslie Cheung, Yuen Wo Ping, Jackie Chan, Sammo Hung sono tutti qui. Purtroppo la magia del momento viene rovinata ancora una volta dall’irrompere di un berciante plotone di vacanzieri tricolori che mi fa sbottare in un sacramento da far tremare il cielo e la terra, e che non manca di stampare sulla faccia dei vocianti villeggianti un’espressione di sorpresa mista a raccapriccio per l’inatteso fendente vibrato dal sottoscritto a secoli di sacra e romana cattolicita’. Lasciamo i miei conterronei a meditare sul grado di decadenza morale e sul vuoto spirituale a cui vanno incontro i ventiseienni italiani e ci dirigiamo verso la stazione per prendere l’ultimo diretto per Canton. Tre ore dopo siamo di ritono dalla Citta’ del Peccato alla Citta’ del Mercato... ma fra un mese e mezzo, me tapino, dovro’ fare ritorno nel Paese del Nano Pelato.
Alcune considerazioni generali sulla prima esperienza hongkonghese, soprattutto in rapporto alla cosiddetta madrepatria:
1) non ero piu’ abituato a vedere tassisti e automobilisti fermarsi ai semafori;
2) non ero piu’ abituato a sentirmi rispondere gentilmente, e tantomeno con un sorriso o con qualsivoglia altra forma di umana sollecitudine;
3) i semafori fanno clic-clac continuamente, e quando il ritmo aumenta a guisa di Rocco Siffredi in azione significa che puoi attraversare, non che devi dettare le ultime volonta’;
4) se a HK butti una cartaccia per terra, oltre ad essere additato al pubblico ludibrio, ti cacciano una multa che retto, tenue e crasso ti dolgono fino al prossimo stipendio;
5) a HK non senti nemmeno l’inquinamento; a Canton respiri CO anche in fioreria.
Per molti versi HK sta alla Cina come Joe Cocker sta a Zucchero, come il Martini sta al vermouth Perla, come il Partenone sta al Museo dello Scarpone di Montebelluna, come Ray Charles sta a Bocelli, come l’espresso sta al Nescafe’, come Lucy Liu sta a Siusy Blady... e’ una versione di Cina molto piu’ cosmopolita e molto piu’ attaccata alla cultura tradizionale al tempo stesso, una forma edulcorata e digeribile del Paese di Mezzo, adatta ai deboli di cuore e a quelli che hanno scoperto solo dopo quattro anni di universita’ che la Cina li fa vomitare, molto piu’ simile a una citta’ europea che a una asiatica... ma forse proprio per questo, se mai abitassi a HK, sarei contento di sapere che a sole due ore potrei trovare gente brusca, strade sporche, autisti assassini, lavatrici con la sola acqua fredda, pedoni con manie suicide, latte di soia torbido, pantaloni con la vita troppo larga e le gambe troppo corte...
La prossima volta cerchero’ di farvi avere qualche immagine di questa eroica spedizione nella HK SAR, datemi solo il temo di capire come si scaricano le foto sul computer. Oggi, in questo santo venerdi’, la prolungata esposizione allo schermo mi ha procurato un persistente mal di testa che dovro’ farmi passare in fretta, se stasera voglio essere in forma per i proverbiali quattro salti in uno dei templi della tamarraggine cantonese. Prevedo che tra un’oretta tornero’ a casa, mangero’ leggero (ramen istantanei da 3 yuan a scodella, che considero di gran lunga superiori a tante cosiddette prelibatezze), mi buttero’ a letto e mi svegliero’ per le 11, pronto a menare i glutei all’indiavolato pulsare della cassa. E cosi' sia, cazzo.
E mi tuo fo,
Paolo Sze
Joi gin!
06/07/2005
Carissimi,
tanti sanno dove sono in questo momento e altrettanti, per non dire i piu', lo ignorano. Quindi, per informazione di questa maggioranza silenziosa, in questo preciso istante sto seduto al computer piu' marcio della esimia Camera di Commercio Italiana in Cina (ti dice niente, Leda? Magari ti dovevo avvertire... comunque saluti dalla Chiara), sede di Canton, altrimenti detta Guangzhou, China. Trovomi qui in seguito alla malaugurata idea di seguire uno stage di 3 mesi che non solo mi terra' occupato 8 ore al giorno, ma non mi fruttera' il proverbiale becco di un quattrino. Trattasi infatti di sfruttamento subito gratis et amore Dei, senza nemmeno un minimo rimborso spese per il viaggio, l'alloggio, ecc., altro che manager milionario nel paese dei nanetti gialli. BALLE. Ma siccome chi e' disposto a sganciare fior di dollaroni non mi ha voluto, eccomi qua, novello Lewinski (anche se i famosi rapporti impropri ancora non li ho visti...), a omaggiare dei miei servizi non retribuiti una manica di mascalzoni che - loro senz'altro - fanno la bella vita degli stranieri in Cina.
Sono arrivato 2 giorni fa alla fine del viaggio apocalittico Venezia-Amsterdam-Pechino-Canton, con aggiunta di ritardi, scali e corse disperate in aeroporto per acchiappare svolazzanti aerei in partenza. All'arrivo, dopo 18 ore da che avevo lasciato gli italici lidi, la seccatura di scoprire che il comitato d'accoglienza era costituito da una torma di rompiballe non piu' alti di un metro e cinquanta che si accalcavano per decantare la propria virtu' di tassisti e trasportatori a vario titolo. Del personale della Camera manco l'ombra. Pazienza, ormai me la so cavare da solo, certo che avrei apprezzato almeno un coglione col mio nome scritto (probabilmente sbagliato... dopotutto siamo in Cina) su un cartellino macchiato di sugo.
Tra mille casini riesco a guadagnare l'albergo, una catapecchia da 35 euri al giorno (cifra non dico astronomica, ma del tutto sprupurziunata rispetto alla fatiscenza dell'ambiente), e crollo su un letto duro come una tavola da loculo francescano. Giusto il tempo di riprendersi, fare un giretto nei paraggi, mangiare qualcosa (la zona e' proprio sfigata, i ristoranti decenti bisogna cercarli col lumicino... ma che cazzo) e farsi guardare come un extraterrestre dai passanti, una doccia con lo spruzzo che non si puo' regolare a un'altezza umana ma solo fino alle spalle, e poi di nuovo a nanna.
Ieri giornata di acclimatamento, visita di rappresentanza alla Camera, bla bla bla. Ufficialmente comincio lo stage il 10, ma sono andato a farmi spiegare un po' come funziona la questione perche', diciamocelo pure, non ho una minima cazzo di idea di quello che mi faranno fare. E mi dispiace un po', perche' sembrano tutti entusiasti e fiduciosi delle mie inesistenti capacita' di networking (parola che, ho scoperto giusto ieri, significa piu' o meno ''io mi faccio vedere in giro cosi' tutti pensano che sia un pezzo grosso e mi danno il loro lercio biglietto da visita, e intanto monitoro un po' di segretarie'').
A questo punto, aspettando di diventare st(r)agista a tutti gli effetti, restano da risolvere tutti i piccoli problemi logistici. Prima di tutto trovare una casetta, un appartamentino, un loculo, un sottoscala dove vivere in questi tre mesi. Tra un'agenzia e l'altra, tra un agente furbacchione e un impresario mascalzone, speriamo bene... per ora resto all'albergo Rihang, le cui signorine, mosse a pieta' dalla mia condizione, hanno accettato di farmi un notevole sconto. Buddha benedica questo grande paese.
Per quanto riguarda le miscellanea... i cantonesi sono dei terruncielli non indifferenti, tutti scuri e piccoletti, molto piu' nani del resto dei cinesi (sfatiamo una buona volta il mito dei cinesi tutti nani... avete mai guardato i giapponesi?), e unti oltre ogni possibilita' di descrizione. Quanto alle cantonesi... beh, immagino che l'argomento richieda una mail separata e limitata ai soli destinatari di sesso maschile, tanto piu' che e' ormai noto il mio pesante penchant per le fanciulle dagli occhi a mandorla. Comunque, maschietti o fanciulle che siano, nonostante una facies diffusa che suggerisce una lunga tradizione di criminalita' organizzata e spiega come nasca il 99% dei film di Hong Kong, mi secca ammettere che per ora danno tutti prova di una gentilezza e disponibilita' che non ricordo di aver mai trovato nel mio precedente soggiorno nanchinese e shanghaiese. Vuoi vedere che e' il lato umano della mafia? Meglio se anch'io me li tengo buoni, una bottiglia rotta nello stomaco non mi garberebbe punto.
E poi fa caldo. Diobono che caldo, diobono che clima del cazzo. Non sono piu' di 35-36 gradi, ma c'e' un'umidita' che stenderebbe un armadillo. E pensare che mi ero informato presso alcuni autoctoni gia' sull'aereo... e questi mi hanno detto che adesso fa piu' fresco di prima perche' ha appena piovuto. MA SCHERSEMO? Io qua crepo, devo impormi movimenti rallentati per non produrre litri di liquido sudaticcio e non ritrovarmi con la polo da strizzare ogni duecento metri. E io che stavo cosi' bene in Finlandia, a rotolarmi beato nella neve con l'appendice di fuori...
Altre chicche: ieri ho pranzato nel bar Illy che si trova vicino all'ufficio... chissa' cosa direbbe il povero Riccardo se sapesse che nel suo bar di Canton si serve riso alla taiwanese e pollo al curry. Nonostante quel che si potrebbe pensare, non si paga neppure tanto. Gia', perche' per il resto e' tutto abbastanza caro, e io non so se sia per via della ''naturale'' inflazione o perche' effettivamente Canton e' piu' cara del resto della Cina. BOH. A proposito di acquisti, ieri mi sono anche comprato una borsetta da vero cinese, non dico in finta pelle, ma direi in finto PVC, una cosa che in Italia mi vergognerei anche solo a prendere dallo scaffale ma che qui mi fa passare per uno sborone coi fiocchi. Un vero yuppie!
L'altra cagata riguarda un evento mondano in cui, mi si dice, dovrei esercitare le mie presunte abilita' di networking (vedi sopra). A quanto pare a Canton apre un concessionario (anzi no, scusate, adesso si chiamano showroom... ma va' a ciapa' i ratt) Ferrari e Maserati a beneficio dei tanti cinesi con la grana. La Camera ha organizzato l'inaugurazione, e cosi' stasera ci sara' questo cocktail party con tutta la beautiful people cantonese. Mi vengono i brividi alla sola idea dei biglietti da visita che svulazzano senza sosta come lame rotanti sotto i miei occhi, dei cinesi dal conto in banca mallopposo che si ingozzano a sbafo sbrodolandosi orrendamente il completo YSL con calzino rigorosamente bianco... e nemmeno posso sperare di arpionare qualche secretary, visto che la concorrenza puo' sfoggiare portafogli ben piu' grassocci del mio!
Adesso vi lascio, almeno dovro' far finta di aver fatto qualcosa quando la capa ritorna! Gia', ho approfittato dell'assenza delle due tipe per farmi i cazzi miei. Dopotutto comincio il 10, no? Pregate il grande Buddha perche' mi assista in questa valle di lacrime e di umori tropicali, e soprattutto ricordate: tarapio tapioco come se fosse antani con la supercazzola prematurata... con lo scappellamento a destra... lo credo che non capisci, farnetico!
A presto compagne e compagni!
Paolo Lam (sarebbe Lin, ma ormai bisogna adeguarsi alla pronuncia cantonese...)
08/07/2005
Dai ga hou,
faccio uno strappo alla regola che mi impone di lasciar passare almeno un anno e mezzo tra una mail (collettiva, per di piu') e l'altra, e approfitto di quest'altro momento di abbandono per darvi qualche aggiornamento. Dopotutto il ''lavoro'' attraversa un periodo di stanca visto che il fine settimana si avvicina... questo almeno per gli occidentali, che il sabato e la domenica stanno a grattarsi sorseggiando un cocktail nelle loro suite tutte tempestate di oro e pietre preziose, allietati dalla presenza di alacri massaggiatrici tailandesi e meretrici di alta classe. I cinesi nel weekend si fanno il culo.
Oggi, poi, ho finalmente trovato il tempo di comprare una carta telefonica, nonche' di stupire la piacente signorina che non credeva fossi io quel pirla nel passaporto (stento a crederlo io stesso). Vi do il numero per scrupolo, ben sapendo che - dato che gli sms non arrivano - nessuno sara' cosi' matto da chiamarmi in queste lande desolate: +86 139 22219492.
Stamattina ho avuto una brutta sorpresa all'albergo quando il tipo (Marcos, ti somigliava vagamente... righetta in mezzo, ma capello tinto di un rosso menopausa) mi ha candidamente confessato che la mia camera era gia' stata prenotata per stasera e quindi dovevo sloggiare. Voleva anche - il furbetto - rifilarmi una suite superlusso con due letti matrimoniali (che, si capisce, sono consigliabili solo in caso di turismo sessuale di coppia), ma alla fine l'ho ridotto alla ragione: a malincuore ho impacchettato i miei miseri averi e sono salito mestamente di quattro piani fino alla mia nuova provvisoria sistemazione.
Nella pausa pranzo sono percio' andato a visionare qualche casetta in cui traslocare in tempi brevi, previo contatto telefonico con la capa dell'agenzia. La mia collega cinese mi ha avvertito che di sicuro mi avrebbero mandato una strafiga - le fanciulle tra i lettori mi perdonino il linguaggio da scaricatore di porchi - perche' l'agenzia ha a che fare essenzialmente con giapponesi, e come si sa - dice lei - i giapponesi sono tutti dei maiali. Hai capito! Le cinesine non sbagliano mai, perche' al rendez-vous mi ritrovo davnti una scoiattolina ancheggiante da restare di basalto... la quale mi ha tosto condotto a monitorare alcune cosiddette soluzioni abitative nei paraggi. Ho gia' una mezza idea e se Buddha vuole entro breve non mi dovro' preoccupare almeno di questo aspetto del mio tragico soggiorno cantonese.
Quanto al Ferrari-Maserati party di qualche giorno fa... che dire, e' un'occasione per aprire gli occhi sul mondo del business, e soprattutto per chiudere i boccaporti se alle spalle ti ritrovi qualche pezzo grosso dello star system internazionale o quasi. Il nuovo concessionario (mi rifiuto di ripetere quella parola... showroom...bleah) ha aperto, dio solo sa perche', in un buco lontanissimo dal centro, in piena campagna e giusto vicino a un ristorante fatiscente che si fregia di un nobile nome quale ''The Chicken Village''. La mia collega cinesina, un canadese che lavora alla Camera di commercio tedesca (?) e io abbiamo impiegato piu' di un'ora per arrivarci, con la povera tassista che ogni chilometro si fermava a chiedere informazioni. Ho anche assistito a una baruffa in cantonese stretto fra questa brava donna e un buzzurro in moto che esigeva 5 yuan (mezzo euro, una rapina) per scortarci fino a destinazione. Il canadese ha fatto notare acutamente che un Chip su una Harley avrebbe fatto una diversa impressione.
Una volta arrivati sul posto, tutto rosseggiante come da copione e tragicamente sprovvisto di alcolici degni di questo nome (a meno che lo champagne pechinese non sia considerato una raffinatezza... il cane del mio vicino ne produce di migliore), comincia il dramma dei biglietti da visita. Solo quella sera ne ho collezionati una trentina, tanto che ho poi dovuto comprare un porta-biglietti da visita per poterli gestire umanamente. Il dramma e' che io ancora non ce l'ho, una fottutissima ''mingpian'', e ho dovuto sostenere decine di sguardi delusi di non poter leggere chiaramente non tanto il mio inutile nome, quanto il mio ruolo all'interno di tale societa' che collabora con tal altra agenzia rappresentata da tal altro gran figlio di mignotta e via dicendo.
La cerimonia di inaugurazione e' durata pochi secondi, giusto il tempo di far salire sul palco il buon Amedeo Felisa della Ferrari (che Paul il canadese ha definito, a sorpresa e in un italiano impeccabile, ''il figlio illegittimo di Enzo Ferrari'') e altri mafiosi locali perennemente in occhiali scuri. E poi un gran trambusto per l'arrivo, a bordo di non so che cazzo di modello di Maranello, della superdiva Rosamund Kwan... che, lo so, non dice un piffero, ma chi conosce i film di Hong Kong sa di chi sto parlando. Ha una certa eta' ma se la porta bene, anche da molto vicino si vede che e' una granny ben tenuta!
Dopo il fugace siparietto delle celebrazioni cinematografiche, finalmente la parte piu' attesa: la cena, rigorosamente italiana e rigorosamente a sbafo! Altro giro di carte da visita con i compagni di tavolo: una tipa irritante del consolato italiano, uno sborone cagone della Magneti Marelli (sai le tue candele dove te le puoi infilare?), due cinesi mafiosissimi, uno appena appena meno mafioso, un olandese che sembrava un Benigni alto e magro, la viceconsole inglese (rivelatasi, magna cum sorpresa, una pakistana folle che non ha smesso un attimo di sparare cazzate molto poco politically correct) e, dulcis in fundo, una meravigliosa e affascinante fanciulla ignorata da tutti ma molto apprezzata (e rimirata) dal sottoscritto... una sosia di Anggun in vestito lungo rosa... e' ufficiale: si puo' parlare di Asian princess.
La cena e' stata ottima, tutti contenti, ma era davvero troppo dover sopportare gli sproloqui dei mafiosi che lamentano la mancanza di feste a Canton, dove - a loro dire - le ragazze non hanno nemmeno il coraggio di sedertisi sulle ginocchia... o un po' piu' in la'. Abbiamo preso il bus messo a disposizione dall'organizzazione con il nostro sacchettino Ferrari pieno di cagate e di brochure e via.
ALCUNE COSE CHE HO IMPARATO (o confermato) AL FERRARI-MASERATI PARTY:
1) non avere un biglietto da visita in Cina non espone al pubblico ludibrio, ma poco ci manca
2) se si comprano alcolici scadenti per risparmiare, tale risparmio sara' compensato dalla profonda insoddisfazione dei partecipanti, con serie ripercussioni sul successo degli eventi futuri
3) quando mangiano il gelato al limone, i cinesi fanno delle facce disgustate
4) delle macchine non me ne puo' fregare di meno
Questo e' tutto per ora, spero di aver sapientemente dosato linguaggio e argomenti da bar con sprazzi di illuminata saggezza. Chiudo facendo notare che al supermercato mi sono imbattuto in un prodotto non meglio identificato ma dal nome senz'altro evocativo: trattasi di un sacchettino allungato e alquanto pingue su cui campeggia la scritta ''ROCCO''. A voi il piacere di trarne le conseguenze.
A presto compagni, per il socialismo
Paolo Kwok
(continua la saga dei nomi cantonesi)
14/07/2005
Compagni, compagne,
smetto per un attimo di servire il popolo e di dedicarmi anima e corpo alla costruzione del socialismo per edurvi sulle ultime novita' che mi vedono protagonista o disincantato spettatore qui dove il bel ''hai'' suona.
Dopo aver vagato per miriadi di agenzie, contattato innumerevoli signorine dalla voce melliflua, rifiutato parecchie proposte che sforavano pericolosamente il mio budget mensile e maledetto tutto il settore immobiliare del Paese di Mezzo... ho finalmente trovato casa. Vi risparmio i particolari su contratto, affitto, cauzioni e commissioni varie: vi basti sapere che se in Italia si comportassero cosi' finirebbero a marcire nelle patrie galere, roba da far venire la tremarella persino a Previti.
La casetta e' piccolina (ma non e' in Canada'), anzi ''raccolta'', ridipinta di fresco (con tutte le sbavature di pittura del caso) e molto vicina al posto dove vengo quotidianamente schiavizzato. Non avendo il tempo materiale ne' di mettere a posto le mie poche cose – that is, tirarle fuori dalla valigia e poco piu' - ne' tantomeno di dare una pulita come si deve in giro, la casetta ha ancora l'aspetto di un piccolo campo di battaglia. In attesa del fine settimana, quando daro' il meglio del mio lato casalingo, mi sono limitato a dare un aspetto vivibile a bagno e cucina che, fatta eccezione per una porticina a soffietto - come sapranno i meno profani - convivono in una imbarazzante promiscuita'. Nauralmente non c'e' bisogno di dire che il mio acquisto di un intero carrello di detersivi, stracci e spazzoloni e' stato accolto dagli autoctoni con una panoplia di espressioni facciali che spaziavano tra l'incuriosito, il divertito, lo sprezzante e l'atterrito.
In questi giorni ho avuto l'incarico di presenziare all'Istituto di belle arti, dove la benemerita camera di commercio - per una volta dimentica dei suoi soci buzzurri, ignoranti, caciottari ma con portafogli sul punto di esplodere - ha organizzato una mostra di architettura italiana, con tanto di architetto napulitano, plastici, powerpoint e tutto il resto. Il mio ruolo consisteva essenzialmente nello starmene all'entrata a confabulare con portinai di chiara estrazione mafiosa, all'occorrenza intrattenendo piacevoli conversazioni con fanciulle un po' artiste un po' no... nel complesso un'esperienza interessante: ho visto passare centinaia di scoiattoline, firmato autografi, stretto manine, regalato borse dello sponsor (neanche Wanna Marchi era caduta cosi' in basso) e rievocato gli anni d'oro della mafia. Mosso a compassione, un professore dell'istituto mi ha regalato un sacco grande come mezzo cuscino (senza esagerare) pieno del famoso ''gongfu cha'', il mitico te' kungfu. Le arti marziali, ahinoi, non c'entrano una beneamata bega: come certamente saprete, ''gongfu'' vuol dire anche ''abilita'''... ergo, trattasi di un te' alquanto denso che per farsi fare richiede una certa pratica e non comuni doti di bollitore di infusi paglierini (eh, la Settimana Enigmistica).
Nota negativa: questi portinai cantonesi che non sanno neanche di essere al mondo, ne' tantomeno dove sia l'Italia, conoscono perfettamente tutte le vicende di cui e' protagonista il nanetto pelato che tutto il mondo ci invidia. Sanno tutto dei suoi processi, sanno tutto delle sue ville, sanno anche quanto raggranella ogni mese (facendo una gran fatica, come sapete, per sbarcare il lunario... trying hard to find a way to make ends meet o qualcosa del genere, dicevano in Lady Madonna), e persino loro propongono paralleli tanto azzardati quanto realistici con un altro nanetto pelato che imperverso' nel Belpaese negli anni d'oro del Ventennio. Roba da istituire il giorno della vergogna nazionale.
Stasera mi attende un noiosissimo incontro di rappresentanza in occasione della festa nazionale dei nostri vicini d'Oltralpe... una festa francese... bah. Non ho nessuna voglia ne' di tirarmi ne' tantomeno di presenziare a beneficio di coglioncelli venuti solo per scambiarsi i doppioni dei loro bisunti biglietti da visita. Andro' e cerchero' di mantenere un comportamento signorile nonostante la plebaglia circostante. E poi chissa', magari vengono un po' di secretary.
Quindi ora vi lascio, oggi proprio non ho intenzione di fare gli straordinari non pagati ancora una volta, e mi lancio in questa avventura tricolore in cui daro' prova di una erre moscia invidiabile.
Allons enfants, a' la prochaine! Putain!
Paolo Ng
22/07/2005
Miei più o meno giovani ma sicuramente attenti discepoli,
la frenetica vita d’ufficio di questi ultimi tempi mi ha – hélas – impedito di tenervi informati come avrei voluto sulle ultime novità dalla città dove è facile prendere delle cantonate. Per farmi perdonare, questa volta vi propino un bollettino formato famiglia preparato con calma nell’intimità della mia cameretta.
A dire la verità gli ultimi giorni sono stati occupati, più che da riunioni, briefing, analisi SWOT e grafici del break-even point (per gli amici intimi BEP, che suonerà particolarmente familiare ai miei conterranei), da importanti questioni di natura organizzativa riguardo a… una domenica al mare. Ebbene sì: dopo il festival della cultura del Belpaese e finita la mostra sull’architettura italiana, gli sforzi dell’illustre Camera di Commercio Italiana in Cina, sede di Guangzhou, si sono concentrati sulla promozione di una gita in una ridente località di mare a due ore di strada.
Naturalmente al sottoscritto è toccato l’ingrato compito di contattare miriadi di membri della Camera, omologhi di altre Camere straniere della città, scrivere decine di mail, dare mille volte le stesse informazioni superflue a gente che con ogni evidenza non aveva nemmeno letto il messaggio in cui orari, modalità, ecc. erano indicati con precisione svizzera, e soprattutto l’imbarazzante ruolo di riscossore crediti. Particolarmente interessante e tragicamente rivelatore, nell’ambito di quest’ultima mansione, è stato lo scoprire che c’è ancora chi si osa lamentarsi di dover pagare 15 euro (comprensivi di viaggio in bus riservato A/R, entrata alla spiaggia, noleggio sdraio e ombrelloni, pranzo a base di pesce, altre cibarie e bevande di varia natura) quando, probabilmente, il loro patrimonio personale costituisce materia ignota al fisco italiano, cinese e internazionale. L’unica cosa che mi dà una certa soddisfazione, in questo deprecabile quadretto dell’umana specie, è che per un giorno nessuno oserà farmi pesare il fatto di essere l’ultima ruota del carro del mondo finanziario cantonese: tra imbarazzanti panzette, villose spalline ad attaccapanni, tette cadenti e celluliti debordanti, potrò avere per lo meno una piccola rivincita personale.
In vista della “Sunday at the sea” mi sono inoltre premurato di procurarmi un costume da bagno, di cui sono partito sprovvisto. Purtroppo i cinesi non sono mai stati ai primi posti per buon gusto nel mondo della moda, e così l’impresa – a me che prima di comprare anche solo un paio di calzini voglio essere sicuro che siano perfetti – si è rivelata decisamente ardua. Alla fine di ricerche estenuanti ma inconcludenti ho tirato un respiro profondo e ho comprato per ben 3 euro un costume da buzzurro matricolato. Trattasi di una sorta di bragolone, di quelle che con ogni probabilità si gonfiano a paracadute non appena entrano in contatto con l’acqua, azzurre davanti e rosse sul didietro, con un sinuoso drago su entrambe le… diciamo entrambe le facce. Lungi da me il suggerire ammiccanti paralleli a sfondo fallico, ma che mi crediate o no era il costume meno imbarazzante che mi sia passato tra le mani.
L’appuntamento, quindi, è fissato per questa domenica: sono sicuro che vorrò sprofondare o essere mille miglia lontano non appena la torma sguaiatamente vociante degli italiani in spiaggia scenderà dalla corriera, ma mi chiedo se qualcuno di loro abbia nel costume un apposito vano a tenuta stagna per riporvi i biglietti da visita (plastificati?), in modo da curare il networking anche tra una spalmata di crema solare e una partita a racchettoni. Mi viene da vomitare.
L’ultimo evento mondano che mi ha visto recalcitrante spettatore è stata la festa-buffet organizzata dalla Camera francese in occasione del benedetto 14 luglio. Luogo del delitto, un ristorante all’occidentale che incarnava perfettamente il concetto di cattedrale nel deserto: un ciclopico, luccicante (a intermittenza), lussuoso, arrogante e drammaticamente pacchiano complesso di sale e giardini posticci nel bel mezzo di una zona che fino a cinque anni fa, a quanto mi si dice, era aperta campagna. Non solo il tassista che mi ci ha portato non solo non aveva alba di dove lo stessi costringendo a portarmi (per fortuna avevo stampato una cartina, provvidenzialmente fornita dagli omologhi oltralpini), ma al ritorno ho aspettato ore che un taxi – il cui autista si era evidentemente perso – passasse su quegli stradoni deserti, bui e dimenticati da Dio, Buddha, Guanyin e tutti i bodhisattva.
Al di là del contorno esageratamente sfarzoso, la festa è stata una delle manifestazioni più imbarazzanti e noiose a cui abbia mai partecipato, e questo nonostante la fiducia che nutrivo verso le capacità dei francesini (che, diciamoci la verità, non sempre sono dei professionisti della simpatia ma in genere quando devono organizzare qualcosa lo fanno bene… e intanto noi abbiamo ancora il papa in casa, remissivi succubi del decrepito monarca di un paese straniero!). Il risultato è che centinaia di figuri vestiti in modo eccessivamente ingessato e baldracche cinesi che cercavano in tutti i modi di farsi brutte sotto quintali di fondotinta si aggiravano come zombi per le sale con il loro piattino di pastine e fette di anguria, come gli orbi di “Cecità” (ce lo ricordiamo Saramago, Ricky?). Nel frattempo una fastidiosa orchestrina… la chiameremo così, orchestrina, raffazzonata alla bell’e meglio e composta da loschi e adiposi personaggi in basco e maglia a righe orizzontali (come avrete capito mancava solo la baguette sotto l’ascella) intratteneva i convenuti con sedicente musica francese.
La cosa più spiacevole, però, è che per elemosinare un bicchiere di qualcosa che non fosse un succo d’arancia annacquato bisognava fare venti minuti di fila, finché a un banchetto lercio cacciato in un angolino si riusciva a rimediare un bicchierino di plastica pieno di un intruglio che – nonostante la bottiglia di Bacardi troneggiasse tronfia sul suo piedistallo e la cameriera mi guardasse con l’aria di chi ti sta mettendo tra le mani un barilotto di assenzio – il rum lo aveva visto solo in cartolina ed era infestato da fastidiosi cubetti di ghiaccio. Mentre i bianchi, appartenenti alla razza superiore di coloro che hanno vinto nella lotta per la civiltà, fingevano di divertirsi come matti, decine di piccoli camerieri e cameriere cinesi li guardavano con il loro misto di invidia, curiosità, senso di superiorità e semplice disprezzo, di fronte a quelle risate sguaiate e a quelle puttane ingioiellate. Confesso che mi sono vergognato non poco e non riuscivo a sostenere lo sguardo di quei poveretti per l’imbarazzo: sembrava di essere tornati alla Shanghai degli anni ’20, quando gli occidentali facevano la bella vita nelle concessioni straniere e i cartelli dei parchi dicevano “vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi”, mentre tutto intorno i gialli facevano la fame o preparavano la bomba da scagliare al passaggio del prossimo signore della guerra.
Nel frattempo, anche e soprattutto per protesta contro l’atteggiamento dominante di disprezzo da parte degli occidentali (che qua, ho scoperto per la prima volta, amano chiamarsi “expatriates” o “expats”… perché non “deportati”, a questo punto? Ma annatevelo a pija ‘nter culo, annate) nei confronti della Cina e dei suo abitanti, prosegue il mio personale processo di sinizzazione. Che i cinesi riservino in generale un particolare rispetto a chi, dal momento che viene qui a rompere i coglioni, dimostra almeno l’umiltà di imparare la loro lingua si può facilmente capire. Io cerco di andare oltre… nel bene, ma soprattutto nel male. In linea con il mio impegno, quindi, stamattina mi sono presentato in ufficio con un “chabei” da combattimento: per chi non abbia avuto la fortuna di conoscere questo strano oggetto, trattasi del bicchierone di plastica spessa, munito di filtro interno, tappo a vite e asola esterna per appenderlo dove più conviene, che i cinesi si portano appresso da mane a sera e in cui mettono una generosa manciata delle loro amate foglie di tè, per poi rabboccarlo con acqua bollente nel corso della giornata. Quello che mi sono procurato io è obiettivamente enorme, ma se bisogna fare le cose tanto vale farle fino in fondo. E così per tutta la giornata ho potuto godere dei benefici effetti eccitanti del tradizionale infuso pisciarello del Celeste Impero… senza contare le ripetute visite che ho dovuto riservare al ben noto ufficio con le sedie bucate, anch’esse inevitabile effetto di una diuresi accelerata e stimolata in modo anomalo dal suddetto infuso.
L’altro ieri sera mi sono recato bel bello in quel del Paddy Field, pub irlandese squallido e pacchiano come solo i pub irlandesi sanno essere, dove i “colleghi” della camera inglese hanno organizzato un ritrovo, credo per festeggiare quel fesso di San Patrizio, ma non essendo in rapporti particolarmente buoni con il luogo ove si puote ciò che si vuole non ci giurerei. Comunque sia, è bastata la frase “happy hour” per convincermi a farmi mezz’ora di taxi en solitaire – le mie cosiddette colleghe erano troppo stanche… ma fatemi il piacere – e a raggiungere i bassifondi della Città delle Capre. Ad accogliermi le minute e leggiadre assistenti del presidente della camera inglese – e basta vederle per capire che questo Sandy, ancorché uno scozzese sfigato, grezzo e lattiginoso, è un uomo decisamente fortunato – e subito ho pensato che i 3 euro del taxi erano stati ben spesi. Solito giro di strette di mano sudice e rapido tour di inconcludenti conversazioni di circostanza. Una tappa del suddetto tour mi ha visto protagonista insieme a una piacente avvocatessa dagli occhi a mandorla. Codesta gazzella orientale si lancia in un interrogatorio stretto – deformazione professionale? – in merito a obiettivi, modalità e motivazioni ultime del mio soggiorno. Io sto al gioco, mi rompo i coglioni e pazienza, le fanciulle sono fatte così e… ho detto tutto. A un certo punto la cosa diventa tuttavia insostenibile e, sperando di liberarmi di questa appiccicosa chiacchieratrice decido di dare una svolta alla conversazione sfoderando il mio asso della manca, il micidiale conversation-killer: il mondo dorato della mafia. Con mia grande sorpresa la tipa – per la cronaca, la signorina Chen – non solo non fa una piega, ma perde come per magia l’aria sostenuta e arrogante che aveva ostinatamente mantenuto fino a quel momento, si fa prendere bene dalla nuova topica e si offre di darmi tutte le dritte per aggirare le leggi cinesi nel caso voglia davvero entrare nella Triade, iniziando naturalmente dagli stratagemmi di base. Che donna! Quando se ne va mi urla attraverso la sala che la mattina dopo mi avrebbe salutato qualche criminale di quelli veri, sotto lo sguardo atterrito di due ingessatissime funzionarie cinesi del consolato finlandese. Non più tardi di un minuto dopo decantavo presso le suddette funzionarie le gioie del rotolarsi in costume adamitico nella neve dopo una rigenerante sauna, ottenendo in quattro e quattr’otto numerosi inviti alle attività del finnico consolato. Occasioni mondane che non mi perderò certo (…che ssò, scemo?), tanto più che, scopro, la sede dei Suomalainen è giusto qualche piano sopra a dove vengo quotidianamente schiavizzato. Cina e Finlandia, due grandi paesi da cui imparare.
Bene, anche per questa volta mi sembra che ne abbiate avuto abbastanza. I resoconti continueranno, spero, con una certa regolarità, nei limiti dei miei normali impegni non retribuiti. Maschietti, non disperate: non mi sono dimenticato che aspettate la mail riservata (confidential) sugli aspetti relativi alle nuvole e alla pioggia (i cinofili sanno di cosa si parla… gli altri facciano ricerche e sapranno apprezzare questa espressione, brillante testimone del fine genio orientale). Fanciulle, invece, rassegnatevi: quello in cui mi trovo è un paese civile.
Un abbraccio a tutte e a tutti dal Celeste Impero.
Paolo Chow
28/07/2005
Gentilissime discepole, amatissimi discepoli,
gia’ da qualche tempo non vi tedio con le mie lunghe narrazioni di paesi lontani (almeno da voi... per quel che mi riguarda, a volte sono pure troppo vicini).
Approfitto ancora una volta di un’assenza del capo (febbre fulminante inutilmente curata con brodaglie cinesi spacciate per vere e proprie panacee, con conseguente peggioramento della gia’ deplorevole situazione) per rilassarmi un attimo... a dir la verita’ potrei approfittare meglio di questo momento di stanca per schiacciare un pisolino, visto che da sabato scorso ho navigato a una media giornaliera di quattro ore di sonno e non mi sento neanche piu’ le gambe. Purtroppo temo che la vista di un occidentale con camicia alla coreana miseramente accasciato sulla scrivania turberebbe piu’ di un ospite, e allora non posso far altro che fingere un’espressione attenta e – qui viene la parte piu’ difficile – intelligente.
Dopo una sfilza di tre serate danzerecce con ritorno alle 3 e mezza e sveglia alle 7, ieri sera ho assistito impotente ancora una volta alla trasformazione di una serata tranquilla in un’estenuante tour de force alcolico. Come se non bastasse, stasera, ben lungi dall’andare a letto a un’ora decente, mi aspetta un’altra seratina impegnativa sul versante del dispendio energetico (per chi ha ricevuto il bollettino 4bis, alias “the thing that doesn’t exist”, rimando al punto 5 del portafoglio. Non mi fate dire altro).
Il dramma e’ cominciato quando ho stretto un infausto sodalizio con un collega stagista che viene sfruttato in uno studio legale qualche piano sopra di me. Tedesco ma con la faccia da scandinavo, un po’ sosia di Owen, studente bocconiano, incontenibile birraiolo e un figo della madonna. In sua compagnia e’ iniziato il pattugliamento di ogni piccolo angolo della citta’ in cui si puo’ fare casino, con scientificita’ e precisione tutta tedesca e tutta nazionalsocialista, in modo da non farsi sfuggire nemmeno una possibilita’. Inutile dire che l’arrivo di due colossi – quando il 90% dei personaggi circostanti ti arriva alla spalla... si spiega il trucchetto – mal rasati e dallo sguardo truce suscita immancabilmente scalpore in qualsivoglia locale e lascia dietro di se’ una scia di cuoricini gialli spezzati... o almeno cosi’ ci piace credere.
La prima tappa di questo tour ha avuto luogo in un locale in cui l’eta’ media dei presenti non arrivava a 16 anni: infausta decisione quella di approfittare di un improbabile operazione di marketing “alla cinese”, che consisteva nel pagare 6 birre e riceverne in omaggio 18. Prendi 4 paghi 1, insomma, ma scherziamo?! Quando sono arrivate le tipe con i tre secchielli traboccanti di lattine e bottiglie mi sono gia’ sentito male, tanto piu’ che poco prima – in sede di cena – avevo come al solito esagerato, provando anche l’ebbrezza di mangiare una specie di pelle di serpente rivelatasi semplicemente disgustosa. Solo qualche giorno dopo ho scoperto che la bellissima piscina nel mezzo di questo locale sorge dove qualche secolo fa, si dice, una tipa si e’ suicidata in abito rosso da sposa (e mi si dice che questo renda il suo fantasma particolarmente incazzevole). Avete visto i vari film della serie “A Chinese Ghost Story”? Qualcuno mi spiega perche’ i cinesi vanno matti per raccontare queste stronzate? Per la cronaca, non abbiamo lasciato neanche le linguette delle lattine (per i lettori del 4bis, cfr. punto 4 del portafoglio).
La seconda esperienza, decisamente piu’ significativa, si e’ consumata in una location di piu’ alto livello, che pero’ – ahime’ – proprio per questo motivo pullula di ogni sorta di occidentali tronfi e adiposi mossi da brame carnali nei confronti delle sinuose danzatrici locali. In parole povere, questo si traduce in gruppetti di indiani sfigati e baffuti sulla sessantina, negroni panzoni in canottiera, spilungoni biancolattei con magliette metallare e capelli unti, tutti immancabilmente con bavetta colante da un angolo delle fauci, ma io dico che se esiste giustizia a questo mondo, quella cosa che non esiste continuera’ per loro a non esistere. Eccheccazzo. Unica pecca in una serata altrimenti da iscrivere negli annali (per i lettori del 4bis, cfr. ancora punto 5 del portafoglio), l’approccio subito da parte di un giallino alto un metro e una papaya un po’ troppo disinibito e invadente: varco la soglia delle latrine, prendo posizione e... senza una parola costui mi sbuca da tergo e inizia un massaggio sulle spalle del sottoscritto. Lo blocco prontamente e ricevo in cambio un sorrisetto ammiccante, prima di concludere l’operazione e lasciare in fretta quel luogo cosi’ mal frequentato.
Come vi avevo annunciato, si e’ consumato anche il dramma umano ed esistenziale della domenica al mare. Dopo una settimana d’inferno per curare nei minimi dettagli l’aspetto organizzativo della questione, finalmente il gran giorno e’ arrivato. Partenza confusa con immancabile ritardo dei soliti italiani e spagnoli, che se non si fanno riconoscere all’estero non sono contenti, e via dove il mare e’ piu’... marroncino. Purtroppo il viaggio e’ stato funestato dall’imbarazzante incompetenza dell’autista, che ha cannato strada circa venti volte, raddoppiando il tempo previsto e facendoci arrivare a destinazione a mezzogiorno invece che alle dieci. L’incazzatura e’ presto passata una volta infilato il costumino col drago di cui vi parlavo, una bella spalmata di crema solare (la piu’ leggera che ho trovato, protezione 16... io che di solito uso la 4) e via a sguazzare in un’acqua sorprendentemente pulita e calda come una rassicurante zuppa di tofu.
Poiche’ il panorama maschile – come prevedevo – non offriva che spallucce a gruccia, petti di pollo ed epe debordanti, il tedesco e io abbiamo avuto modo di interagire efficacemente con buona parte della componente femminile. Che poi fosse composto essenzialmente da trentacinquenni, per lo piu’ sposate e con figli (cfr. bollettino 4bis), poco importa: anzi, direi quasi che sono ancora piu’ affascinanti... con il look tutto acqua e sapone da spiaggia, poi, si puo’ tranquillamente parlare di massimi vertici espressivi.
Il momento topico e’ stato quello del pranzo: per meta’ pranzo cinese con le immancabili centosettanta portate, per meta’ barbecue di pesce e verdure autogestito, grazie al provvidenziale noleggio di alcune griglie: una nota al merito ai cuochi, che in sede di cottura pietanze, come si puo’ ben immaginare, sono stati sbalzati in un girone dantesco dalla temperatura superiore ai 40 gradi. Da vero terrone qual io sono e fui, ho protratto il pranzo fino a pomeriggio inoltrato, quando e’ ricomparso il tedesco armato fino ai denti di bottiglie di birra Qingdao da 66. Non molto tempo dopo riscoprivo il mio mai del tutto sopito spirito italiano partecipando a un megapartitone a calcio della categoria “alla morte”, tra gli sguardi incuriositi e beffardi degli spettatori di colore giallo. Al tempo stesso scoprivo altrettanto chiaramente che l’assunzione di 4 bottiglie di Qingdao prima della partita costituisce doping punibile secondo la giustizia sportiva: imbranatissimo sciabattatore da sobrio, guizzante goleador con la semplice aggiuntina della suddetta sostanza. E, come il doping, il brutto viene solo dopo: il risveglio del lunedi’ e’ stato infaustamente accompagnato da crampi ubiqui, strappi a entrambi (anzi, entrambedue) i polpacci e contrazioni spastiche della natica sinistra, disturbi ancora non interamente superati.
Il ritorno a casa e’ stato altrettanto drammatico del viaggio di andata: l’autista ha pensato bene di perdersi di nuovo, suscitando lo scontento generale e scaricandoci a notte inoltrata invece che alle 9 e 30 previste. Unica nota piacevole, una dormiente signorina dagli occhi a mandorla accasciatasi non troppo involontariamente sul sottoscritto. Peccato solo che sia sposata... ma anche il marito, lasciar andare in giro cosi’ uno splendore del genere. Buon per lui che non tutti gli italiani sono dei rovinafamiglie come li dipingono (ma all’occorrenza...): signor Chen, stavolta ti e’ andata di lusso.
Adesso stacco e approfitto dell’assenza di controllo da parte del governo centrale per lasciare l’ufficio un po’ prima, devo tornare a casa a cambiarmi e darmi una rassettata in vista degli impegni serali, perche’ trascurato e’ bene, ma fintamente trascurato e’ meglio.
Un abbraccio e una mossa di kung fu dal paese dove la parola “incantonare” ha ancora un senso, eccome.
Paolo Leung
09/08/2005
Miei ferventi e incantevoli ancorche’ impresentabili accoliti,
la fine del mio relativamente prolungato silenzio stampa si interrompe – coincidenza – in concomitanza con la partenza della capa per le meritate vacanze nelle zone piu' depresse e derelitte di questo staterello d'Oriente. Laddove i mufloni del Gennargentu o gli abituali frequentatori della stazione di Napoli non oserebbero avventurarsi nemmanco col pensiero, la sconsiderata manager rampante si e' tuffata a capofitto in compagnia dei genitori, ignare e innocenti vittime di una visione distorta e malata del concetto di viaggio. Qualora i tre malcapitati venissero derubati, incaprettati, torturati e infine brutalmente sodomizzati da una banda di briganti del Qinghai assetati di sangue e succhi vitali – eventualita’ che in certi posti e' tutt'altro che remota – spero che almeno mi spetti qualche giorno di vacanza.
Piu' passa il tempo e piu' mi rendo conto che i contenuti del bollettino ufficiale e di quello men-only tendono naturalmente e pericolosamente a convergere (e per lo stesso motivo mi sono reso conto che il ritorno in Italia sara’ di una tragicita’ mai sperimentata prima), ma alla fine mi sono detto che va tutto a beneficio di questo magnifico Paese altrimenti bistrattato, temuto e osteggiato pressoche’ universalmente, dagli imprenditorucoli veneti ignoranti come dai semplici poveracci.
Dopo i ripetuti rimbrotti da parte della capa perche’, a suo dire, non sono indifferente alle grazie delle fanciulle che capitano nel nostro ufficio e pertanto mantengo un comportamento per nulla professionale, finalmente adesso che il pitbull e’ vacanziero posso rilassarmi un po’ e mandare in vacca l’etichetta. Ho potuto dare il via alla distruzione dell’immagine aziendale ben prima di quanto immaginassi e per l’appunto stamattina, quando e’ entrata in ufficio una fascinosa pulzella dai tratti giapponesi a pubblicizzare una specie di casa di cura (sara’ mica un’omologa cinese del Pucci?). All’inizio, memore della corporate mission, ho cercato di contenermi, limitandomi a carpire il pingue fascicolo e a cazzarlo in un angolo della scrivania multiuso dove ancora giacciono reperti della fiera campionaria di Shanghai del 1922. La tipa se ne va ancheggiando, io contemplo con aria ebete e buonanotte. Un minuto dopo te la vedo ripassare davanti alla porta senza motivo apparente: in ogni caso, un sorrisetto e via. Dopo un altro po’ eccola che ripassa, questa volta soffermandosi a fare un sinuoso cenno d’intesa con la zampina. Vabbe’. La terza volta, pero’, si pianta sulla porta con sguardo maligno e resta immobile a fissare nella mia direzione. Visto che anch’io sono fatto di carne e - salvo alcune situazioni - non di legno, questa volta mi alzo e scatta l’operazione di networking: un attimo dopo il portafoglio si arricchiva di una voce, la memoria libera del cellulare si riduceva di alcuni kilobyte e la fanciulla si ri-allontanava con imperioso movimento gluteale destra-sinistra. Converrete con me che tutto cio’ non ha nulla di sorprendente, dal momento che scene come questa capitano normalmente in Italia, soprattutto a maschietti di discreta cultura e di aspetto pur moderatamente gradevole. O sbaglio?
Il fine settimana appena trascorso mi ha visto allontanarmi momentaneamente dal grigio della citta’ per tuffarmi nel grigio piu’ gradevole di un’altra cittadina a due ore di bus da qui, la ridente Zhaoqing. Dopo una sveglia alle 4 di pomeriggio causa strapazzi del venerdi’ e una doccetta di rappresentanza sono saltato zaino in spalla sulla prima corriera in compagnia di una simpatica donzella che ha gentilmente accettato di accompagnarmi a destinazione e ritorno (naturalmente senza secondi fini... o il secondo fine era proprio la gita?). Il viaggio e’ stato un viaggio lampo per gli standard cinesi, che solitamente durano ere geologiche e mettono a dura prova corrotti spiriti e olezzanti corpi. Il posto e’ bello, via dalla pazza folla di Canton, un gran lago che miracolosamente non puzza di cadavere, gran vita per le strade e marciapiedi larghissimi, clima da struscio serale-estivo, gente allegra e sorridente e solo due o tre stranieri ipertrofici e lipidici a turbare il panorama. Dopo una cena rapida tentiamo la fortuna nei locali del lungomare... pardon, del lungolago, e capitiamo in un posto a cui da fuori non avrei dato una lira ma che si rivela una scelta vincente. Gente amichevole, spuntini aggratis, giri di bevute offerti dalla direzione senza che ci avessero mai visto prima, e – the little cherry on the cake – cubiste dagli occhi a mandorla in ogni angolo e su ogni tavolo. Se penso che quelle italiane si credono fighe mi viene da ridere, quando in un posto pressoche’ sperduto si trovano degli spiriti volpe come quelli.
Dopo una serata piacevole fra una cazzata e l’altra arrivano la chiusura, altri ripetuti giri di Jack Daniel’s offerti dai capi, pacche sulla spalla e altre stronzate. Una delle cameriere, che scopro essere un’inglese mezza tanzaniana che parla un cantonese affascinante, si offre di ospitarci su un pezzo di pavimento a casa sua, e cosi’ risolvo anche il problema della sistemazione per la notte. Prima di andare tutti a nanna, pero’, si impone una sosta al ristorante notturno: in mezzo alle strade deserte ci ingozziamo di prelibatezze insaporite da una fame divorante, dopodiche’ si parte in sei in un taxi diretti verso la magione della figlia cioccolatina di Albione. Mentre l’inglesina e il suo tipo – cosa strana, visto che solitamente sono gli uomini bianchi ad accoppiarsi con fanciulle gialle, trattasi di uomo locale, e di un bel ragazzo per giunta (nota per le fanciulle bianche: tanti gialli qua sono dei gran fighi, rassegnatevi all’idea) – si rinchiudono nella loro cameretta, da cui poco piu’ tardi cominceranno a provenire prima gemiti e mugolii e poi veri e propri muggiti belluini, io mi ritrovo a gestirmi il salotto in compagnia di tre fanciulle discinte. La prima si toglie la maglietta e si mette a guardare la tv in reggiseno, l’altra comincia a pettinarsi le lunghe chiome con fare sensuale, la terza rimane solo con uno slippino ridotto al minimo e una canottierina attillatissima che fa intravedere il tatuaggino sexy sulla spalla, per poi sdraiarsi di spalle proprio davanti al sottoscritto, il quale ormai e’ convinto di essere passato a miglior vita e di toccare gia’ con mano (...) la ricompensa che mi spetta nell’aldila’... e se non spetta a me a chi deve spettare? A Teodoro Bontempo?. Il sottofondo chiaramente udibile dall’altra stanza non aiuta certo a darsi una calmata ma, visto che fra una cosa e l’altra sono le sette di mattina e non dormo veramente da giorni, ben presto il sonno ha la meglio sui miei ormoni in subbuglio e sprofondo beatamente tra le braccia di Morfeo (a’ Morfe’, niente scherzi!).
Morfeo molla la presa ben un’ora e mezza dopo, quando il fragoroso spiattellare proveniente dalla cucina mi fa sobbalzare sul divano (non fatevi ingannare da questa parola che suggerisce la presenza di morbidi guanciali particolarmente adatti a prolungati pisolini: trattasi di una struttura interamente lignea concepita forse per un massaggio energetico o per pratiche di mortificazione della carne, non certo per poltrire). Un attimo piu’ tardi eravamo gia’ alla Roccia delle Sette Stelle, cotti dal sonno e dal sole che picchiava come neanche Alemanno prima di dedicarsi a vitellini e piantine di fagioli. Scopro ben presto che l’attrazione principale del luogo e’ la scalata delle varie montagnole (per l’appunto, le sette stelle del nome) e mi avventuro incurante dell’afa e del debito di ossigeno. Dopo pochi affondi, ahime’, sento le gambe cedere e la testa girare in tondo, ma l’orgoglio mi spinge a resistere e ad arrivare fino in cima alla prima – nonche’ ultima, mi dico – delle succitate alture, dove mi riposo per un tempo interminabile col sedere a pezzi e la canotta – perdonatemi... in Cina e’ difficile resistere alla tentazione del look da supercafone – fradicia di sudore. Quando, fra mille sofferenze, ci decidiamo a scendere a valle, ormai non sento neanche piu’ le zampe. Visitiamo alcuni altri loci amoeni, ci teniamo ben alla larga dalle altre sei scalate e verso le quattro raggiungiamo l’uscita dopo otto ore di vagabondaggio in questa specie di palude che non puzza... un’atmosfera per certi versi molto blueseggiante. Una puntata al ristorante, dove ci ingozziamo di te’ al crisantemo e dim sum fino a scoppiare – e per una cifra ridicola –, un altro giretto per il quartiere vecchio tra mura e tetti sbrecciati, e prendiamo per un pelo l’ultima corriera per Canton. E proprio sulla corriera arriva il classico inatteso, ovverosia il grande momento del ‘’ganmao’’: accaldato, bruciato dal sole e dolorante per via dello zaino da trekking sull’Himalaya, vengo investito da una folata diaccia di aria proveniente dal condizionatore, che apparentemente non c’e’ modo di bloccare o deviare. Nel giro di un’ora comincio ad accusare tosse persistente e alquanto indishpunente, seccatura tuttora in corso d’opera.
E con questo vi abbandono al vostro triste destino di italiani in Italia, o peggio ancora – ne so qualcosa anch’io – di italiani all’estero costretti prima o poi a ritornare nella terra dove uno gnomo liftato e un pastore tedesco (pardon, un umile lavoratore nella vigna del Signore) fanno il bello, ma soprattutto il cattivo tempo. E a proposito di tempo, poco fa ho avuto l’impressione che nevicasse, peccato che fuori ci siano quasi quaranta gradi. Adesso manca solo che fuori dalla finestra passi un Babbo Natale giallo a bordo di una slitta di bambu’, trainata da bufali d’acqua volanti e piena zeppa di nidi di rondine per i compagni buoni e di tofu marcio per i controrivoluzionari.
Riprenderemo Taiwan!
Paolo Kwan
19/08/2005
Sap, gau, baat, chat, lok, ng, sei, saan, yi, yat...
Miei intrepidi lettori di byte,
ben ritrovati, naturalmente dopo un opportuno conto alla rovescia in lingua locale.
La stanchezza accumulata in giorni e giorni di strapazzi sta avendo il sopravvento, e sto pagando il mio tributo a una settimana di vita da pipistrello (parola che, ho notato, suscita sgomento e ammirazione in gran parte dei cinesi a cui ritengo di poterne rivelare il magico ancorche’ stridente suono). Come se non bastasse, mi sento la schiena a pezzi dopo che ieri sera, dopo una cena con degli amici gialli, abbiamo avuto la brillante idea di aspettare l’ora di andare in disco ammazzando il tempo in un salone massaggi. Purtroppo non si trattava del massaggio speciale (ammicco ammicco) cosi’ diffuso in Cina, anche se certe mossette a tradimento e improvvise toccatine in zone normalmente off-limits, con conseguenti e incontrollabili vampate di calore nel basso ventre, mi hanno fatto pensare che forse avevo sbagliato posto. E’ anche vero, pero’, che non c’e’ verun motivo di richiedere tali prestazioni... perche’ pagare 300 yuan per un servizio che puoi avere in forma assolutamente gratuita, pressoche’ ogni volta che lo desideri? E vi siete mai chiesti perche’ in Italia ci sono cosi’ tante pulzelle che del proprio corpo fanno mercimonio?
Al di la’ di tali considerazioni sul livello di civilta’ raggiunto da certi paesi e sulla drammatica involuzione di altri, comunque, l’idea del massaggio si e’ rivelata tragicamente fallimentare. Dopo un’ora di botte, stirature e offese ai miei punti di pressione (tipo la mossa letale di Kill Bill) sono uscito in strada ridotto a uno straccio ma pronto per tirare le 3 – non di piu’, stamattina dovevo pure presentarmi in ufficio – tra sculettamenti e ondeggiamenti al ritmo de la noche... noche che poi si e’ rivelata una vera e propria noce, visto che il dj era un’obesa tipa inglese dagli occhi di pesce lesso con gusti musicali degni del peggiore Leone di Lernia. Ma tant’e’, centinaia di gialli erano in brodo di giuggiole, e contenti i gialli contenti tutti.
Domenica scorsa ho pensato bene di esplorare i centri commerciali intorno a Beijing Lu (Pechino boooo, Canton banzai) per un pomeriggio di folle shopping alla ricerca di alcuni capi di abbigliamento di diversa natura che si adeguassero alle mie attuali esigenze. Inutile dire che non ho trovato traccia di quello che mi interessava; in compenso mi sono fatto un’idea piuttosto completa dello stile dominante nel mondo del fescion in salsa di soia. Ammetto che sono stato sul punto di fare mia una maglietta con faccione del Grande Timoniere e scritta in cinese “lunga vita al presidente Mao”, ma la faccia sconcertata del commesso mi ha dissuaso da un acquisto inconsulto. Che tanto inconsulto non doveva poi essere, dal momento che ieri sera nel club un individuo sfoggiava la stessa maglietta con aria fiera e disincantata. Lunga vita al presidente.
Poco dopo stavo per cadere nello stesso errore rimirando una maglietta con l’immagine di un operaio modello armato di libretto rosso e scritta, sempre in attraenti caratteri cinesi, che recitava “il popolo cinese si e’ alzato in piedi”; ma una stessa espressione carica di rimprovero, stavolta riservatami da due attempate commesse, mi ha convinto ancora una volta a lasciar perdere. Attratto poi da un berretto di finto PVC con tanto di stella rossa me lo calco sulla testa e mi guardo nello specchio, ma resto di stucco notando una preoccupante somiglianza con il Comandante Guevara. Pelo incolto, sguardo assonnatamente latino e capello ormai fluente hanno fatto il resto nonostante l’assenza del sigaro: povero Che, che ti hanno fatto. La sua faccia e’ ovunque ultimamente, su magliette, zaini, berretti, mutande, forse anche preservativi e pillole del giorno dopo (a proposito...il giorno dopo cosa? Non l’ho mai capito)... capisco che in passato sia stato per i gialli un modello lontano di spirito rivoluzionario, ma mi spiegate come si concilia tutto cio’ con la disperata fame di Merdonald’s, KFC, Starbucks e altro guano a stelle e strisce che impazza in Cina ormai da qualche anno? O tempora, o mores... stravolto davanti allo specchio e a queste laceranti riflessioni ho trovato una via d’uscita comprando una fantastica canottiera da burino professionista, superattillata, di colore verde pappagallo e con scritta “kungfu” gialla. Ho tradito la rivoluzione, e’ vero, ma mi sono portato a casa un sorso di Romagna... pardon, un pezzo di Cina.
E ora affronto un problema che mi tocca molto da vicino, non tanto come figlio di un’insegnante di italiano delusa da due generazioni di totali analfabeti, ma come individuo (sono tentato di dire “laureato”, ma dalla Letizia in poi anche questa parola ha perso gran parte del suo significato) vittima di bruciante frustrazione, che non si capacita e non si raccapezz(ol)a di come possano esistere buzzurri, ignoranti, cafoni, villici, caciottari e burini o semplici bestie che probabilmente guadagnano in un mese quanto io non vedro’ in tutta la mia vita, ma che quando si tratta di mettere insieme tre parole nel nostro bell’idioma mi provocano un incontrollabile tsunami di spasmi gastrici.
Non amo fare il Severgnini della situazione, ma il troppo stroppia, e qualche volta storpia pure. Credo pertanto che sia giunto il momento di squarciare il velo di Maya su certi cazzoni che si riempiono la bocca con la scarpa che respira e con questo porco cazzo di Made in Italy, e di buttare nel cesso, con tanto di giocoso sciacquone, il diritto alla privacy (loro). Se lo sa quella mummia rinsecchita di Rodota’ mi incula, ma lo faccio per una buona causa... e a fini di sputtanamento, che rilassa e aiuta a vivere meglio.
Ecco quindi alcuni campioni di bestialita’ aziendale. Prego notare che sono tutte versioni integrali e unabridged copiate dalle mail che ricevo, compresi accenti invertiti, apostrofi amputati e punteggiatura usata a guisa di mina antiuomo. Qualora vi venisse in mente di rimbrottarmi perche’ al posto dell’accento uso gli apostrofi, vi ricordo che non esiste niente che somigli a una lettera accentata sulle tastiere che mi capitano sotto ai polpastrelli. A meno di copiarle una per una dall’Inserisci Simbolo di Word...
C’e’ il coglione che vuole fare il simpatico, oppure non e’ sicuro che dall’altra parte del monitor ci sia un italiano pizza spaghetti mandolino suo pari, e scrive tutto d’un fiato un messaggio linguisticamente ibrido tra un morso alla quattro stagioni, una forchettata di maccheroni e un indiavolato assolo alla napulitana:
“Hello infoguangdong,
Buongiorno sarei interessato a contattare l azienda xxx potete mandarmi le referenze.”
Ci sono quelli che hanno lasciato la prima parte della frase sul comodino, come anche – presumo – entrambi i lobi cerebrali, o forse semplicemente sono refrattari ai preamboli e alle espressioni di cortesia:
“Se fosse possibile avere una lista di interlocutori per la ricerca di un partner in Cina per la distribuzione di prodotti cosmetici di alta qualità.”
“Vogliamo informazioni sulla societa' che vuole importare cereali.”
C’e’ chi, bonta’ sua, non mostra estrema familiarita’ con le collocations e con l’accordo del participio passato, che evidentemente non e’ un problema che tocca solo gli studenti di francese:
“Ringrazio anticipatamente per le informazioni recatomi!”
C’e’ l’ingenuo che, oltre a non conoscere i fondamenti dell’abbici’, ignora bellamente che quelli con cui cerca di mettersi cosi’ disperatamente in contatto produce gia’ da tempo le porcate che costui vende ogni giorno sui banchi bisunti di qualche mercato rionale:
“Mi chiamo xxx e rappresento una piccolo società italiana Alarcon di distribuzione scarpe a basso prezzo per clienti vendtori ambulanti nei mercati. Cerco una ditta produttrice di scarpe che voglia vendere i suoi prodotti sul mercato italiano.”
Come potrete immaginare, gran parte dei businessmen che contattano quotidianamente la Camera provengono, ahime’, dalla regione che ha dato i natali – e anche qualche Ferragosto – a personaggi del calibro di Petrarca, Goldoni e Aldo Serena. E come sapete ugualmente bene, la bella regione dove il “casso” suona non brilla certo per l’italiano cristallino della maggior parte dei suoi abitanti. Nel caso in cui qualcuno nutrisse dei dubbi su quanto or ora affermato, ecco qua:
“Vorrei avere maggiori informazioni di come si potrebbe commercializzare marmo e graniti con la Cina, poichè con mio amico abbiamo società import ed export di prodotti lavorati del marmo e granito qui nel veneto. Poi colgo occasione per sapere su quale canale di comunicazione immettermi per vedere di fornire a vs connazionale qui nel Veneto immobili vari. Grazie mille, saluti.”
Ma se c’e’ giustizia al mondo questi figli di una vacca indu’ fanno tutti bancarotta e vengono rispediti con un bel calcio in culo a fare l’esame di quinta elementare. Bastardi. Non dico sapere a memoria la Divina Commedia (Ricky, come procede?), ma e’ evidente che questi analfabeti non hanno mai letto neanche il libretto delle istruzioni delle loro presse a caldo del cazzo.
Meglio che mi fermi qui prima che la rabbia che covo nei confronti di questa plebaglia mi spinga a pensare di imitare il buon ferroviere di Guccini (si’, ma con cosa? Con una bici incendiaria? Con un riscio’ imbottito di esplosivo?). Domani mattina, se tutto va bene, parto per una tre giorni a Hong Kong che, almeno nelle intenzioni, mi dovrebbe distrarre un po’ dal tran tran di questo ufficio della mentula. Anzi, lunedi’ mi do malato, proprio il giorno in cui torna la capa da due settimane di cazzeggio, almeno un giorno libero mi sembra il minimo dovutomi. Per il socialismo, naturalmente. Ah gia', gwailo e' un termine un po' razzista per definire gli stranieri bianchi.
Joi gin,
Paolo Heung
E anche se ultimamente non lo vedevo tanto spesso, penso che forse anche al povero Michele sarebbe piaciuto leggere queste quattro boiate.
26/08/2005
Per amor di una completa formazione linguistica vi sottopongo una frasetta in cantonese il cui suono mi piace particolarmente e che devo trattenermi dal ripetere ad ogni pie’ sospinto: “siu sam siu bak to”, ossia “attenzione al coniglietto bianco”... roba da far impallidire i Jefferson Airplane, anche se con certi personaggi e’ meglio usare la parola “roba” with a grain of salt.
Mie saporite ancorche’ indigeste focaccine della luna (o yuht beeng che dir si voglia),
vi scrivo dopo aver tagliato da pochi giorni la soglia delle 26 primavere, eta’ ormai venerabile raggiunta contro ogni aspettativa mia nonche’ della mia dottoressa. Ormai son piu’ 30 che 20... ma il problema non mi tange, gia’ da tempo sono abituato a pensarmi come un disincantato e burbero signore di mezza eta’.
Questi giorni sono stati un bagno di sangue da far venire l’acquolina alla contessa Bathory. Dopo essersi dati alla macchia per un mese quando li cercavamo, quei cazzoni di italiani dal conto in banca col colesterolo si sono rifatti vivi tutti insieme e uno piu’ nervosetto dell’altro, esigendo servizi, prestazioni, resoconti, oroscopi e numeri di puttane filippine. Onde prendermi un attimo di pausa dalla frenesia dei tempi moderni (e del ritorno dei vari paperoni dalle vacanze a Sharm... ma porco il bavarese, il loro aereo non casca mai?), quindi, approfitto dell’imminente partenza della capa per un inutile incontro ai vertici che si terra’ in quel di Shenzhen, ghignante localita’ a un’ora di treno da qui nonche’ squallida accozzaglia di monstra vel portenta architettonici in vetro e leghe leggere.
Come da tempo sognato e finora vanamente pianificato per problemi di visto, nel fine settimana ultimo scorso e’ finalmente decollato il lodo Hong Kong. Non vi dico il paio di ciuffole imperiose che comporta il riempire moduli, presentare passaporti e visti e farsi ispezionare il bagaglio, tutto per arrivare in un posto a due ore da qui che ormai e’ Cina quasi a tutti gli effetti... ebbene si’, forse qualcuno di voi ignora che gli stranieri possono andare a HK direttamente e ripartire senza bisogno di visto, ma che raggiungere Hong Kong dalla Cina e’ equiparato a uscire dal territorio nazionale. Questo significa che con un visto normale (una sola entrata) si puo’ andare a HK dalla Cina, ma per tornare in Cina bisogna farne uno nuovo, con la conseguente sferoclastia che potete immaginare. Nemmeno i cinesi del continente possono andare e venire come gli pare e piace, ma hanno bisogno di una specie di visto o permesso speciale senza il quale se ne restano a casa loro a bersi il loro te’ drenante. Per poter entrare e uscire come un pendolino e senza patemi d’animo bisogna avere un visto a piu’ entrate, come quello che quando sono arrivato qua non avevo e che ho dovuto procurarmi per vie, se non apertamente mafiose, per lo meno ai limiti della legalita’. All’inizio ero un po’ turbato, ma poi mi son detto che a casa mia mi aspettano il Berlusca, Confalonieri, Previti e Tanzi, quindi tanto vale ricominciare ad abituarsi al made in Italy.
Dopo due ore di treno diretto Guangzhou East Station-Kowloon in ritardo, viaggio lentissimo e funestato dalla chiusura delle latrine non appena il treno ha lasciato la circoscrizione di Shenzhen (norme igieniche della zona di Hong Kong, mi si e’ detto) con inevitabile rigonfiamento della vescica natatoria, sono sbarcato alla stazione Hung Hom a Kowloon, cioe’ quella linguona di terra che punta verso l’isola di Hong Kong. Insieme a me, una collega del centro studi accademici di Canton con cui ho avuto alcune interessanti discussioni, naturalmente limitatesi a un rapporto puramente professionale e non contaminato da deviazioni ormonali di sorta... Allo sbarco ho dovuto patire un’ulteriore trafila burocratica e un’ispezione mirata ad accertare che non stessi introducendo truffaldinamente tessuti umani e braciole di porco (non ditelo a mia mamma, ma quest’anno in Cina c’e’ la malattia dei maiali). Quando finalmente ho messo il naso fuori sono stato investito da un acquazzone di viulenza inaudita che mi ha ben presto convinto a sincerarmi della qualita’ della locale metropolitana.
Siamo arrivati a Mongkok e ci siamo messi alla ricerca di un albergo. Poiche’ Mongkok notoriamente pullula di siffatte facilities, trovare un riparo per la notte ci e’sembrata cosa rapida e indolore. Purtroppo tali strutture si sono rivelate essere, nel 100% dei casi, alberghi a ore dove i cinesi vanno esclusivamente per accoppiarsi selvaggiamentecon persone sconosciute ai rispettivi coniugi. Ben lontani, ahime’, dalla classe e dalla giocosa fantasia dei love hotel giapponesi, codesti ridenti alberghetti presentano i seguenti elementi distintivi:
1. proprietario/a che ti riserva uno sguardo complice e ammiccante, sicuro della tua sola e unica intenzione di svuotare il secchio;
2. camere di 3 metri quadrati senza finestre, lerce oltre ogni umana capacita’ di adattamento;
3. soffitto gocciolante e sottostante bacinella con ticchettio;
4. tv accesa in ogni camera, con proiezione ininterrotta di film porno al rallentatore in cui, come se non vado errato recitava il mio vocabolarietto di forbidden English, “every kind of copulation [...] is depicted in great detail”.
E’ bastato incappare per errore in tre di questi loci amoeni per convincerci a cambiare completamente zona e a puntare verso nord, finche’ in una stradina vicino a Nathan Road ci e’ apparso un albergo invisibile dall’esterno ma rivelatosi pulito, non troppo caro, fornito di tutto il necessario e scevro da quell’atmosfera da lupanare thailandese che tanto mi aveva inquietato.
Il tempo di scaricare lo zaino, tenere un paio di dissertazioni accademiche e fare una doccia, e via alla scoperta di questa stranissima Londra d’Oriente. Eccitatissimo all’idea di ritrovarmi finalmente di persona in un posto di cui ho visitato ogni angolo nelle centinaia di film mafiosi che ho divorato, mi sentivo un po’ il bambino nel negozio di caramelle... anzi, sono contento di non aver potuto vedere l’espressione di ebete beatitudine stampata sulla mia faccia a ogni piccola stronzata.
Quella prima sera ci siamo avventurati dall’altra parte del braccio di mare, sull’isola di HK, a Lan Kwai Fong. Trattasi di una strada ad anello brevissima ma piena di pub e locali per tutti i gusti, dal baretto con tre sedie al localone ultratrendy su tre piani. Ci siamo fermati per un cocktail in un posticino abbastanza trendy con house a palla, per poi spostarci e tirare a fatica le tre in un enorme locale postmoderno dove, mi e’ parso di capire, la HK bene e gli occidentali meglio indugiavano sorseggiando torbidi liquidi cobalto. Purtroppo, e mi secca ammetterlo, tutta la serata si e’ rivelata di una noia accablante: questa irritante plebaglia vomitata per le strade che neanche “L’Appartamento spagnolo”, tutta intenta a far finta di divertirsi pazzamente, quasi tutti bianchi e negri, donnacce in iperventilazione con trippe a vista, burini dalle carni biancastre ormai flaccide in compagnia di meretrici compiacenti... Sara’ che non ho piu’ l’eta’ per queste cose? Ai bischeri l’ardua sentenza. La notte porta consiglio, ma anche tanto sfinimento e due borse tante se la usi nel modo sbagliato... e cosi’, alle quattro passate siamo tornati in albergo e crollati sul pacchianissimo letto fatto a sedile di aereo...
La mattina (inoltrata) del giorno dopo ci ha visti fare colazione pasteggiando a spaghetti, bestia non precisata e caffe’ bruciato in un tipico ristorante-caffe’ di HK, di quelli con i sedili tipo Happy Days che si vedono sempre nei film. La pioggia battente (direi quasi “incessante”, come in quella indimenticabile pagina di Tokyo Blues...) non ci ha impedito di lanciarci in una sessione di shopping che ha fruttato alcuni acquisti inconsulti (cfr. magliette tamarre con drago e sfilza di caratteri da regalare al papa’ quando va in palestra) e altri piu’ utili, come una nuova macchinetta fotografica a sostituire la paffuta e storica, ma ormai ridotta a un rottame, Panasonic che mi ha accompagnato in mille ignobili avventure. Fra un negozietto e una libreria ci e’ passato tutto il giorno, ritagliandoci persino il tempo per una visita a un paio di templi davvero pacchiani, e presto sulla ex colonia britannica e’ calata la sera. Nonostante il tempaccio abbiamo deciso di salire al Victoria’s Peak, che si vanta di essere il punto piu’ alto delle montagnole sull’isola di HK, e a cui si arriva con un tram vecchio stile (tipo quello per Opicina...) che vince mirabilmente una pendenza di 40 gradi. Arrivati in cima – un freddo della madonna – la scoperta di essere le sole anime vive sul cocuzzolo, fatta eccezione per un paio di sbirri con una gran voglia di non fare un cazzo. Il panorama non era dei migliori, essendo ogni cosa avvolta in una fitta e spessa nebbia bianca che conferiva al tutto un aspetto da Chinese ghost story. Una delle poche luci visibili, ironia della sorte, l’arca di Merdonald’s, che campeggiava tronfia e soddisfatta in cima all’orrido centro commerciale costruito sul Peak. All’una, delusi e scornacchiati ma non troppo, abbiamo preso l’ultimo bus per scendere a valle, un fantastico bus a due piani con autista pesantemente sotto l’effetto di caffeina, che ad ogni curva mi ha procurato sistoli e diastoli accelerate in quantita’. E poi, in un impeto di umana carita’, di nuovo a Lan Kwai Fong, finalmente ripulita dalla maggior parte dei pecorai che la infestavano solo la sera prima, per piazzarci in un localino provvisto di comodi e avvolgenti divani modello “La Tabaccaia”. La proprietaria ci si avvicina con fare minaccioso e aria da baldraccone vietnamita, e inizia un discorso in una favella incomprensibile. Io e la collega ci guardiamo perplessi; le chiediamo di ripetere e lei riparte col suo inintelligibile sproloquio, tanto che per un attimo mi chiedo se per caso la tipa non mi stia facendo la supercazzola in qualche idioma del Sud-Est asiatico. Solo dopo un po’ riesco a cogliere qualche parola tipo “sit”, “drink”, “scappellamento a destra” e, seppure a fatica, ordiniamo una caipirinha per tirare ancora una volta le tre prima di andarcene a nanna su un pullmino notturno stipato di attempate signore inglesi in cerca di emozioni (e trincate, a giudicare dalle zaffate che a piu’ riprese offendevano le mie delicate narici) a buon mercato.
Il giorno dopo, in occasione del mio genetliaco, torniamo sul Peak, questa volta superando una coda chilometrica, e riusciamo finalmente a goderci una bella vista e un panino alla francese nonostante la massiccia presenza di miei connazionali della bassa, che c.v.d. non hanno mancato di farsi riconoscere anche nella Regione ad Amministrazione Speciale tra lazzi, gridolini di piacere, roboanti scorregge e semplici incontrollati fenomeni di fonazione. Piu’ tardi saliamo a Tsim Sha Tsui, dove gironzoliamo per un po’ prima di percorrere la Avenue of Stars, un lungomare decorato da stelle con i grandi nomi del cinema di Hong Kong di oggi e di ieri, e dove alcuni di loro hanno lasciato le impronte delle loro unte manine gialle. Quasi commosso da tanto kitsch non resisto alla tentazione di scattare una serie interminabile di foto alle vestigia lasciate da tanti miei beniamini: Bruce Lee, Wong Kar Wai, Tony Leung, Maggie Cheung, Chor Yuen, King Hu, Leslie Cheung, Yuen Wo Ping, Jackie Chan, Sammo Hung sono tutti qui. Purtroppo la magia del momento viene rovinata ancora una volta dall’irrompere di un berciante plotone di vacanzieri tricolori che mi fa sbottare in un sacramento da far tremare il cielo e la terra, e che non manca di stampare sulla faccia dei vocianti villeggianti un’espressione di sorpresa mista a raccapriccio per l’inatteso fendente vibrato dal sottoscritto a secoli di sacra e romana cattolicita’. Lasciamo i miei conterronei a meditare sul grado di decadenza morale e sul vuoto spirituale a cui vanno incontro i ventiseienni italiani e ci dirigiamo verso la stazione per prendere l’ultimo diretto per Canton. Tre ore dopo siamo di ritono dalla Citta’ del Peccato alla Citta’ del Mercato... ma fra un mese e mezzo, me tapino, dovro’ fare ritorno nel Paese del Nano Pelato.
Alcune considerazioni generali sulla prima esperienza hongkonghese, soprattutto in rapporto alla cosiddetta madrepatria:
1) non ero piu’ abituato a vedere tassisti e automobilisti fermarsi ai semafori;
2) non ero piu’ abituato a sentirmi rispondere gentilmente, e tantomeno con un sorriso o con qualsivoglia altra forma di umana sollecitudine;
3) i semafori fanno clic-clac continuamente, e quando il ritmo aumenta a guisa di Rocco Siffredi in azione significa che puoi attraversare, non che devi dettare le ultime volonta’;
4) se a HK butti una cartaccia per terra, oltre ad essere additato al pubblico ludibrio, ti cacciano una multa che retto, tenue e crasso ti dolgono fino al prossimo stipendio;
5) a HK non senti nemmeno l’inquinamento; a Canton respiri CO anche in fioreria.
Per molti versi HK sta alla Cina come Joe Cocker sta a Zucchero, come il Martini sta al vermouth Perla, come il Partenone sta al Museo dello Scarpone di Montebelluna, come Ray Charles sta a Bocelli, come l’espresso sta al Nescafe’, come Lucy Liu sta a Siusy Blady... e’ una versione di Cina molto piu’ cosmopolita e molto piu’ attaccata alla cultura tradizionale al tempo stesso, una forma edulcorata e digeribile del Paese di Mezzo, adatta ai deboli di cuore e a quelli che hanno scoperto solo dopo quattro anni di universita’ che la Cina li fa vomitare, molto piu’ simile a una citta’ europea che a una asiatica... ma forse proprio per questo, se mai abitassi a HK, sarei contento di sapere che a sole due ore potrei trovare gente brusca, strade sporche, autisti assassini, lavatrici con la sola acqua fredda, pedoni con manie suicide, latte di soia torbido, pantaloni con la vita troppo larga e le gambe troppo corte...
La prossima volta cerchero’ di farvi avere qualche immagine di questa eroica spedizione nella HK SAR, datemi solo il temo di capire come si scaricano le foto sul computer. Oggi, in questo santo venerdi’, la prolungata esposizione allo schermo mi ha procurato un persistente mal di testa che dovro’ farmi passare in fretta, se stasera voglio essere in forma per i proverbiali quattro salti in uno dei templi della tamarraggine cantonese. Prevedo che tra un’oretta tornero’ a casa, mangero’ leggero (ramen istantanei da 3 yuan a scodella, che considero di gran lunga superiori a tante cosiddette prelibatezze), mi buttero’ a letto e mi svegliero’ per le 11, pronto a menare i glutei all’indiavolato pulsare della cassa. E cosi' sia, cazzo.
E mi tuo fo,
Paolo Sze
1 commento:
grande onore e piacere ritrovare sue novelle :D. spero a presto, onorevole amico...i migliori saluti dalla città con più polveri sottili d'italia, tuo devotissimo emi
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